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Il racconto della domenica

Gente, c'è lo straccivendolo

di Lina Pancaldi Schianchi -

17 dicembre 2017, 15:40

Gente, c'è lo straccivendolo

«A ghe 'l strasser!». «C'è lo straccivendolo!». Si sentiva la sua voce gridare da lontano. Passava ogni settimana con un carretto tirato dal cavallo e, lì sopra, caricava tutto ciò che nelle case non serviva più.
Era un uomo rozzo, le fatiche lo avevano provato: fisicamente e anche psicologicamente. Non si sapeva niente di lui. A volte il bottino era scarso, altre volte abbondante. I cambi di stagione lo favorivano, in quel periodo venivano buttati piccoli attrezzi che in casa non servivano più. Ferro, alluminio, un paiolo di rame che ormai aveva troppi buchi per essere portato dallo stagnino.
Nelle case dei benestanti trovava sacchi pieni di roba, mentre la povera gente si limitava all'abbigliamento ormai sdrucito, dove le toppe erano il segno del tempo. Il nostro straccivendolo pesava con la stadera il tutto e pagava una lira per ogni chilogrammo di roba.
Dopo il giro settimanale, che si protraeva fino a tarda sera, portava il carretto pieno in un vecchio magazzino chiuso da un pesante cancello arrugginito che tutti ormai conoscevano. Lì non c'era niente di nuovo. Il cavallo in cortile faceva da guardia ed era sempre pronto a qualche chiamata extra, magari un improvviso trasloco con tante cianfrusaglie da raccattare.
C'era un vantaggio per la povera gente, perché andava dallo straccivendolo a cercare cose che potevano servire in casa. Un mobiletto, una stufa vecchia... Ai giorni nostri si sono reinventati questi vecchi lavori, ma lo hanno fatto con sufficienza: si sono chiamati «sbriga-solai», con tanto di camioncino e il preventivo per l'eventuale sgombero. «A ghe
'l strasser» era più modesto, aiu-
tava a cercare e, a volte, regalava, perché aveva già guadagnato nel ritiro della merce. Era una cosa curiosa, per le donne, andare alla ricerca nei sacchi di stracci. I signori buttavano anche il superfluo, e non di rado si trovavano il vestito passato di moda, il cappotto, le scarpe che con una semplice risolatura diventavano come nuove. Ora quelle rimanenze scelte le chiamano «vintage», e fanno moda. Come accade, nei ristoranti, ai cibi poveri di una volta: la polenta, i fagioli, la trippa... Tutti nomi che, ormai, si leggono nei menù costosi.
Il nostro straccivendolo era un personaggio diverso, un altro tipo di uomo: gridava per la strada, aveva un carretto, il cavallo e le mani sporche e ruvide per il lavoro faticoso, e i piedi stanchi. In qualche casa sostava per un piatto di minestra e un bicchiere di vino che lo riscaldava nei lunghi inverni freddi.
Passarono alcuni anni e la sua voce era sempre presente in paese. Con il suo carretto e il suo cavallo. Ma un giorno il suo compagno di lavoro si azzoppò. Era la fine per lo straccivendolo. Anche a lui le gambe cominciarono a cedere. Vendette tutta la sua mercanzia, si ritirò con grande dolore in una casa di riposo. La sua vita era stata la strada e a chi lo conosceva bene mancavano il suo strillo inconfondibile e quei sacchi da frugarci dentro in cerca di qualcosa di utile. «A ghe 'l strasser!».