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EDITORIALE

In trincea per il lavoro: i nuovi ragazzi del '99

di Vittorio Testa -

02 gennaio 2018, 18:30

In trincea per il lavoro: i nuovi ragazzi del '99

Il 4 marzo i diciottenni classe 1999 potranno votare alle elezioni politiche nazionali. Nel 1917 i loro coetanei classe 1899 andarono in trincea diventando i gloriosi “ragazzi del ‘99”, 260mila giovani inviati al fronte dopo la disfatta di Caporetto (24 ottobre 1917), moltissimi a morire nelle trincee difensive e poi nella controffensiva del 1918 culminata nella battaglia di Vittorio Veneto, la fatidica unica vittoria dei nostri eserciti, comunicata mediante manifesti con il proclama “Firmato A.Diaz”, che nell’Italia ancora in larga parte analfabeta e dialettofona ingenerò in alcuni la convinzione che quel participio fosse invece il primo nome del generale e di conseguenza da onorare affibbiandolo a diversi neonati. Elogiati dal comandante (“…il loro contegno è stato magnifico…hanno mostrato d’essere degni del retaggio di gloria che su loro discende”) i novantovini diedero un contributo determinante alla sconfitta degli austroungarici. Insieme a migliaia di altri giovani di classi precedenti, tornati a casa trovarono miseria e stenti, fame vera, disoccupazione. Cent’anni, dunque: sono tanti, certo, ma volati via in un battibaleno, lungo un secolo di grandi conquiste e terribili tragedie, i 750mila morti e il milione e mezzo di feriti nella Grande guerra; gli scontri sociali, il fascismo, la seconda Guerra, un altro bagno di sangue. Infine la rinascita, il famoso “boom” italiano che stupì il mondo intero. Si vive mediamente vent’anni di più da quel 1899, le malattie più pericolose sono state debellate, il benessere diffuso è sotto gli occhi di tutti. La questione giovanile è un problema enorme, la crisi ha provocato un tasso altissimo di disoccupazione. I diciottenni di oggi, alle soglie del diploma e della maturità o in procinto di scegliere la facoltà universitaria hanno davanti a sé lo spettro del non trovare un lavoro all’altezza degli studi compiuti e delle aspettative sociali. E’ questo oggi il compito primario del nostro ceto politico: mettere in atto tutte le possibili strategie virtuose per dare una speranza a queste nuove generazioni flagellate da un tasso di disoccupazione intorno al 30-35 per cento. E altre classi si stanno affacciando al proscenio sociale: tra i 15 e i 24 anni ci sono altri 6 milioni di giovani alcuni dei quali già da inserire nel tessuto produttivo, altri in via di completamento degli studi. Un problema epocale che finora la politica ha sottovalutato. Una mancanza, questa, indirettamente sottolineata dal capo dello Stato Sergio Mattarella nel discorso alla nazione: lavoro, giovani, misure adeguate da adottare con programmi concreti, fattibili. Questo il primo dovere da assolvere per dare un futuro al Paese. Cauto e rispettoso delle prerogative del Parlamento, il presidente Mattarella ha misurato tono e peso delle parole. Ma non è difficile tradurre il suo linguaggio istituzionale in un appello prorompente nella coscienza di ciascuno di noi. Quella giovanile è la questione fondamentale. Un ceto politico degno di tal nome dovrebbe far fronte comune in una legislatura decisiva per creare posti di lavoro per i giovani. Cent’anni dopo, i nuovi ragazzi del ’99 hanno bisogno di armi, pacifiche, per fortuna: strumenti per diventare adulti attraverso il lavoro, primo diritto costituzionale.