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INFEZIONI

Batteri «intrattabili»: strategie contro l'antibiotico-resistenza

In Italia il fenomeno è marcato, ma la tendenza si può invertire, a partire dagli ospedali

di Monica Calamandrei -

04 gennaio 2018, 12:52

Batteri   «intrattabili»: strategie contro l'antibiotico-resistenza

Se nel dopoguerra la penicillina, scoperta da Fleming nel 1929, ha salvato tante vite sconfiggendo broncopolmoniti, infezioni delle vie urinarie e post operatorie ed avviando così una nuova era della medicina moderna, perché oggi la terapia antibiotica non è più così efficace?
La risposta è apparentemente semplice: nel tempo tutti i microrganismi sviluppano una forma di resistenza nei confronti di molecole a loro nocive, quindi anche in risposta a quelle create dall’uomo, cioè gli antibiotici. Dopo quasi un secolo di alleanza con questi «grandi amici», siamo alla resa dei conti.
Oggi il fenomeno dell’antibiotico resistenza rappresenta un problema serio che non può più essere ignorato. Complice sicuramente anche un utilizzo eccessivo e non sempre controllato di questi antimicrobici che diminuisce la loro efficacia, ad esempio per le infezioni virali per le quali sono inutili.
Secondo le stime, nel 2050 (quindi fra poco più di 30 anni) l’antibiotico resistenza sarà la causa principale di morte in tutto il mondo: 10 milioni di morti. «A questo si aggiunge un ulteriore problema di carattere economico, perché registrare e produrre nuovi antibiotici, che prevedono tempi di somministrazione brevi e quindi volumi di vendita bassi, rende poco» dice Carlo Calzetti, specialista del reparto di Malattie infettive ed epatologia dell’ospedale di Parma.
L’Italia è una delle nazioni in cui il fenomeno della resistenza agli antibiotici ha la diffusione maggiore, insieme alla Grecia, a Cipro e a molti paesi dell’Europa orientale. E’ importante ricordare che nei batteri la resistenza può diffondersi sia su base clonale, cioè da una generazione all’altra come per la maggioranza dei germi, sia su base plasmidica, attraverso quindi il passaggio di plasmidi da una cellula batterica ad un’altra, anche tra specie diverse.
«Ad esempio la resistenza del genere Klebsiella, causa di polmoniti, o dell’Escherichia coli, responsabile di malattie intestinali e sistemiche, è molto spiccata verso gli antibiotici di sintesi recenti come le cefalosporine di terza generazione - spiega Calzetti - ma anche verso altri antimicrobici come i fluorochinoloni e gli aminoglicosidi. La situazione invece è un po’ più tranquilla per germi Gram positivi, meno diffusi, e per i quali ci sono più farmaci a disposizione».
Il campanello d’allarme dunque esiste, ma la situazione non è ancora così catastrofica: osservando i dati raccolti tra il 2005 e il 2014 in alcuni paesi come Francia, Gran Bretagna e Belgio, è possibile notare come il problema dell’antibiotico resistenza si sia ridotto, invertendo un trend che stava diventando pericoloso. Come? «Adottando alcuni provvedimenti anche in ospedale – risponde Calzetti – tra cui l’isolamento del patogeno, grazie all’identificazione del microbo responsabile, la rottura della catena di trasmissione (mettendo in quarantena il paziente), la limitazione dell’uso di cateteri e l’aumento delle vaccinazioni. Nel caso infatti dello pneumococco - continua lo specialista - vaccinando la popolazione l’uso degli antibiotici potrebbe essere ridotto del 47%».
Ad oggi però nel nostro Paese il numero di prescrizioni di antibiotici resta molto elevato: tanto più si usa un antimicrobico su una popolazione di germi, tanto maggiore sarà lo sviluppo di popolazioni a questo resistenti.