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EDITORIALE

Parma che snobba Schianchi. Non rassegniamoci al «talent sciò»

di Francesco Monaco -

06 gennaio 2018, 16:20

Parma che snobba Schianchi. Non rassegniamoci al «talent sciò»

«Anche a Parma, nonostante alcune persone cui sono grato stiano lavorando da tempo per organizzare un concerto, non ho ancora avuto il piacere di tenerne uno pubblico in tanti anni. Finora, qualcosa lo ha sempre ritardato o impedito». Lo ha confidato pochi giorni fa alla «Gazzetta» il musicista parmigiano Paolo Schianchi conversando dall'altra parte dell'oceano Atlantico con il nostro Pierangelo Pettenati.

Verrebbe da dire, conoscendo un po' la città, che il fatto che qualcuno ci abbia provato è già qualcosa. Ma piuttosto che liquidare la faccenda con il classico «nemo propheta in patria» e congratularsi con il chitarrista che ha scelto di proseguire la sua carriera negli Stati Uniti (com'è noto la scorsa estate ha ottenuto la Green Card EB1 riservata a chi ha raggiunto livelli d'eccellenza in campo artistico, scientifico o imprenditoriale) è il caso di porsi qualche domanda. La prima è la più ovvia: perché, in questa sedicente «capitale della musica», a un talento del calibro di Schianchi - diplomatosi in chitarra classica al nostro Conservatorio e via via convertitosi a un crossover di difficile classificazione che esegue con una speciale chitarra a 49 corde e un sistema di riverberi da lui stesso brevettato e chiamato Octopus - non è mai stata offerta un'opportunità da parte di una delle tante istituzioni cittadine? E dire che di rassegne, festival e stagioni concertistiche - per fortuna - c'è una certa abbondanza.

Eppure, andando a memoria a ritroso negli anni, si ricordano un suo concerto «ufficiale» al Magnani di Fidenza e, restando in città, due jam session con gli amici americani della St Francis University - gli stessi che gli hanno aperto le porte degli States - una al Teatro Europa e una al Bistrò di piazza Garibaldi per pochi intimi. In quanto al resto d'Italia, malgrado l'amicizia con professionisti quali Alberto Radius e Red Canzian, non è mai andato oltre qualche apparizione a programmi Rai e Mediaset dove di fatto veniva presentato più come un «fenomeno da baraccone» che come musicista innovativo.

Dunque, si potrebbe desumere che Schianchi è «semplicemente» uno dei tanti cervelli in fuga che non solo la propria città, ma anche la propria nazione, non hanno saputo valorizzare. Ma è una spiegazione insufficiente e, soprattutto, inaccettabile. Perché crescere i propri talenti, portarli in palmo di mano e accompagnarli verso una meritata visibilità (lasciando perdere il successo commerciale che è un'altra cosa) dev'essere un obbligo morale, sia per il Paese sia per una città come la nostra che fa della cultura e delle sue espressioni artistiche un vanto al pari di altre eccellenze del territorio. Il fatto è che i talenti «alla Schianchi» nascono per definizione al di fuori dei canali ufficiali e andare contro certe tradizioni o alterare equilibri consolidati è disciplina poco praticata.

Non è mai troppo tardi, tuttavia, per invertire la tendenza, ed è giusto riconoscere che negli ultimi tempi, specie in ambito jazz, sono numerosi i talenti parmigiani (alcuni già apprezzati all'estero), che cominciano a essere tenuti in maggiore considerazione. A volte, insieme alle orecchie, bisogna aprire anche la mente, armarsi di coraggio e - non ultimo - insegnare al pubblico stesso, di qualsiasi età e in ogni ambito musicale, ad essere curioso e incline alle novità. L'esempio dello «Stiffelio in piedi» è lì a dimostrarlo. Perché è vero che spesso «la gente» preferisce il già sentito, ma il pubblico - specie quello di domani - non può essere lasciato al livello dei talent-show. Altrimenti diventa un talent sciò.
fmonaco@gazzettadiparma.net