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EDITORIALE

Celentano l'antimoderno. La storia di uno di noi

di Michele Brambilla -

07 gennaio 2018, 14:55

Celentano l'antimoderno. La storia di uno di noi

Ha compiuto 80 anni Adriano Celentano. Auguri. Forse non tutti lo apprezzano, ma credo che nessuno gli voglia male. È stato assai più di un cantante, e ha rappresentato molto degli italiani: più i pregi che i difetti, direi.
La sua storia comincia in una strada di Milano che sta dietro alla stazione Centrale, via Gluck. È nato in una vecchia casa di ringhiera, con i servizi in mezzo al prato: per entrare nel suo appartamento, a piano terra, bisognava tirare su una saracinesca, quella della bottega di un ciabattino. Conosco bene quella casa perché lì abitava anche un'attrice di teatro milanese che mi ha voluto bene, Franca Brambilla: recitava in dialetto e aveva dato vita a un'associazione che raggruppa tutti quelli del suo (e mio) cognome. Da lei ho scoperto che veniamo tutti da Brembilla, un paesino della Bergamasca un tempo sotto il dominio di Venezia. I brembillesi erano dei tali rompiballe che attorno al Cinquecento la Serenissima impose loro un aut aut: o vi sottomettete, o vi cacciamo. Scelsero tutti l'esilio e se ne andarono a Milano, dove un mezzemaniche dell'anagrafe, al momento di registrarne l'ingresso, commise un errore di trascrizione destinato a restare nei secoli: Brambilla invece di Brembilla.
Anche il ragazzo della via Gluck ha dato fastidio, fino all'impertinenza. Un ribelle vero, non come tanti suoi colleghi sempre pronti a indignarsi solo contro i poteri che non lambiscono le loro vite e le loro carriere. Uomo profondamente intriso di valori tradizionali, Celentano è stato un ecologista ante litteram, cantando contro la cementificazione delle periferie in nome della nostalgia di una civiltà antica. È stato capace anche di andare nella direzione opposta a quella in cui andava il mondo, e il suo mondo (quello dello spettacolo) in particolare: al tempo del divorzio ha cantato “La coppia più bella del mondo”, un inno alla sacralità del matrimonio («Per sempre uniti dal cielo, nessuno in terra, neanche se vuole, può separarlo mai... l'ha detto Lui!»); nell'anno del referendum sulla legge 194 (1981) ha cantato “Deus”, contro l'aborto. Perse la testa e la via di casa per Ornella Muti, ma le seppe ritrovare entrambe perché nessuno è impeccabile (solo i moralisti dicono di esserlo, e mentono): l'importante è riconoscere di essere caduti e sapersi rialzare.
Né di destra né di sinistra, non ingabbiabile, non riconducibile ad alcuno schema, “re degli ignoranti” ma geniale, a volte profetico e sempre generoso: perché davanti al cancello della sua villa sopra Lecco c'è stata per anni la fila di bisognosi o sedicenti tali, e nessuno mai è tornato a mani vuote. Questo è stato il rock antimoderno di Celentano. C'è un meraviglioso filmato (potete vederlo su YouTube) che lo immortala mentre canta “Ho visto un re” con Dario Fo, Giorgio Gaber, Enzo Jannacci e Antonio Albanese. Quella canzone è una delle più pungenti satire contro il potere: «E sempre allegri bisogna stare che il nostro piangere fa male al re», perché guai, per chi comanda, se i sudditi diventano tristi, chissà mai che venga loro in mente di mettere in discussione l'ordine costituito. Dubito che fra trent'anni qualcuno si commuoverà riguardando un talent show di oggi: quella del Molleggiato è una generazione di cui s'è ormai perso, e da un pezzo, lo stampo.
michele.brambilla@gazzettadiparma.it