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DUE STORIE

Emma e Marina: la libertà oltre la malattia

di Georgia Azzali -

07 gennaio 2018, 17:15

Emma e Marina: la libertà oltre la malattia

Hai il cancro? Allora sei il tuo cancro. E se un altro male gravissimo ha incrociato il tuo cammino, poco cambia: sei quel male gravissimo. Rischia di diventare il tuo destino, ma intanto è la tua vita. Si fa fatica ad essere “altro”, quando una diagnosi ti costringe a prenderti cura di te stesso. Eppure si può e si deve continuare a rimanere ciò che si è stati, anche se il corpo ti tradisce con sfrontatezza.

«Non sono il mio tumore - ha detto Emma Bonino, in lotta contro un cancro a un polmone -. Non sono mai entrata in internet per capire che cos’è un microcitoma. Voglio continuare ad essere ciò che ero prima, un po’ più fragile ovviamente, ma di questo incidente che mi è capitato se ne occupi chi sa».

Emma ha continuato a far sentire la sua voce, a occuparsi del mondo, benché ci siano stati mesi in cui quel corpo acciaccato non le dava retta. Mai uscita di scena. Come Marina Ripa di Meana, morta venerdì nella sua casa di Roma. Altri palcoscenici, parabole esistenziali completamente diverse, nonostante alcune battaglie radicali condivise, ma sempre lo stesso imperativo: il male è dentro di me, ma il mio pensiero e la mia volontà resistono.

Non si appannano gli ideali, e nemmeno svanisce la voglia di “leggerezza”. Per 16 anni, dopo quella prima diagnosi di tumore al rene, Marina Ripa di Meana è entrata e uscita dagli ospedali per terapie, nuovi interventi e controlli.

Esami che ti fanno stare male prima di affrontarli e nell’attesa delle risposte, eppure era sempre così, la marchesa: chioma fulva, trucco impeccabile, tacchi d’ordinanza, voglia di sorridere degli altri e di se stessa. Era il suo modo di dire non solo che resisteva, ma che il cancro non le avrebbe portato via l’identità. Ben venga anche il narcisismo, se serve a non farti piegare sotto lo sguardo commiserevole degli altri.
Eccessiva, scandalosa, sopra le righe: si sono sprecati aggettivi e giudizi per Marina Ripa di Meana. La conobbi negli anni Novanta, a Salsomaggiore, quando cominciavo a fare questo mestiere. Era la solita «intervistina», che avrei volentieri evitato, a uno dei vip che allora popolavano la cittadina termale. I ricordi sono sbiaditi, ma non posso dimenticare che dopo quell’incontro me ne andai pensando: «Che donna tosta, e anche simpatica».
Poco importa l’impressione che mi fece allora, o il giudizio che ognuno ha maturato nei suoi confronti, contano quegli anni tra Marina Ripa di Meana e il male. Quella sfida di cui non ha mai avuto paura di parlare, anche quando lo scorso maggio si è presentata in uno studio televisivo con una veletta nera, dopo aver mostrato le immagini sconvolgenti del suo volto deturpato da una reazione allergica alle terapie contro il cancro.
Marina, Emma, ma soprattutto quel popolo di sconosciuti che vive con qualche maledetto compagno di viaggio: c’è chi ne parla e chi se ne vergogna. Sì, è possibile anche vergognarsene, pur non avendo alcuna colpa, perché spesso sono gli sguardi o i sussurri degli altri che ti fanno chiudere a riccio. Quelli che vedi impallidire quando parli di una diagnosi inaspettata. Quelli che non te lo dicono, ma ti danno per sconfitto ancora prima di cominciare il percorso ad ostacoli delle cure. Poi, le battaglie possono anche essere perse. Ed è giusto che a un certo punto si possa decidere come perderle. Ma durante la convivenza con la sofferenza, ogni malato è quello che conoscevate prima: con i suoi interessi, i suoi affetti e le sue debolezze. Vivo fino alla fine. Simpatico, antipatico, saggio o sfrontato. Con un turbante colorato o un cappellino vezzoso.