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EDITORIALE

Le alleanze e il rebus dei partiti minori

di Luca Tentoni -

09 gennaio 2018, 21:23

Le alleanze e il rebus  dei partiti minori

La legge elettorale non garantisce la certezza di avere un vincitore in entrambe le Camere, ma sta dando ai leader la netta impressione che senza coalizioni la parte uninominale di 232 seggi della Camera e di 116 del Senato può essere perduta in partenza, riducendo di un terzo la rappresentanza di un partito. Così, mentre il Pd abbandona la "vocazione maggioritaria" inaugurata da Veltroni nel 2008, anche il centrodestra deve fare di necessità virtù. Da soli, infatti, FI da una parte e Lega-FdI dall'altra hanno ben poche possibilità di successo (tranne che, per Salvini, nel Veneto e in parte della Lombardia). La soluzione per incrementare i consensi ed essere più competitivi nei collegi è "apparentarsi" con liste minori. Il Pd ne ha (o potrebbe averne: su quella della Lorenzin c'è ancora qualche dubbio) ben tre: una socialista ed ecologista, una liberal-democratica (quella della Bonino) e una di area cattolica moderata. Il centrodestra, invece, ha finora "Noi con l'Italia", con tanto di scudo crociato democristiano, che dovrebbe essere la cosiddetta "quarta gamba" del tavolo dell'ex Cdl. Ma Salvini non ama ritrovarsi - prima in campagna elettorale, poi in Parlamento - con una formazione composta anche da suoi “nemici” ex alleati (alcuni dei quali hanno sostenuto i governi Letta, Renzi e Gentiloni o ne hanno addirittura fatto parte). Non è solo una questione di imbarazzo al Nord - dove la forza trainante è quella del Carroccio e i "neo-post dc" potrebbero non essere troppo graditi dai leghisti "duri e puri", ma anche di rapporti di forza. Infatti, Lega e FdI sono stimati complessivamente intorno al 19% contro il 16,5% di FI. "Noi con l'Italia" potrebbe permettere al Cavaliere di far conquistare all'ala "popolare" della coalizione il 19,1% che può bastare per decretare la supremazia degli "azzurri" sui sovranisti. Infine, c'è una questione di posti. Pare che l'offerta del centrodestra al partito minore sia di una dozzina di collegi, contro una richiesta più alta. La Lega non gradisce, a meno che non se ne faccia carico Berlusconi con la quota assegnata a Forza Italia. Salvini teme, per di più, che gli eletti della "quarta gamba" siano pronti ad allearsi con Renzi e col Cavaliere, dopo il voto, per rendere possibile un nuovo governo di larghe intese che lascerebbe fuori i Cinquestelle, Lega-FdI e la sinistra di Grasso.
Sul versante del centrosinistra si stima quanti voti i tre partiti alleati possono portare alla coalizione del Pd. Sulla carta, non moltissimi; nei collegi in bilico, però (che sono tanti) possono fare la differenza. Ci si chiede, inoltre, se i voti dei "piccoli" siano aggiuntivi a quelli del partito di Renzi oppure frutto di una redistribuzione (con pochi arrivi dall'esterno) dei voti del Pd. L’ex premier, infatti, da un lato gioca la partita delle coalizioni e dei collegi, ma dall'altro lato si combatte per salvare la sua leadership nella corsa col M5S per il primato di voti fra i singoli partiti. Non è, dunque, una questione di poco conto. Gli alleati minori servono, ma costano molto in termini di collegi sicuri, senza che si sappia esattamente quanti voti porteranno. Un bel pasticcio per Pd e centrodestra che non possono scaricarli ma neppure sacrificarsi troppo per dar loro spazio.
@LucaTentoni1