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Saronno

Il medico killer: "Uccidevo per una forma di pietà"

Con la sua compagna infermiera avrebbe ucciso 9 persone. Ma si indaga su altri 18 decessi . Sono capaci di intendere e volere

di Stefano Rottigni -

10 gennaio 2018, 23:26

Il medico killer:

Leonardo Cazzaniga agli psichiatri che lo hanno visitato ha detto: come medico «ero il migliore». Gli esperti che hanno scavato nella sua psiche e in quella della sua amante, l’infermiera Laura Taroni, hanno concluso i due, coinvolti nella vicenda dei morti in corsia all’ospedale di Saronno, erano in grado di intendere e di volere all’epoca dei fatti. Gli psichiatri parlano di «delitti in coppia», ovvero commessi senza «la presenza di una condizione di assoluta predominanza di un soggetto sull'altro» - che sarebbero invece delitti «di coppia» - ma in una condizione tra i due di «mutua concordanza» che si è formata «dall’incontro tra due volontà».

Un accordo che giunge dopo l’inizio della loro relazione ma che parte da due esperienze di vita ben diverse. La storia della Taroni fu «contrassegnata da difficoltà e sofferenze», da «precoci e persistenti difficoltà nel rapporto con la madre», che è tra le persone accusate di aver ucciso, come il marito che l'infermiera descrive come persona sadica, pur sostenendo che il trattamento farmacologico a cui l’avevano sottoposto era finalizzato «a non farmi massacrare», non a sopprimerlo.

Taroni capace di intendere e di volere al momento del fatto come Cazzaniga la cui personalità, però, impegna di più gli psichiatri. Il medico è affetto da un «disturbo narcisistico della personalità», che non scema la sua capacità di intendere e di volere, ed è lo stesso Cazzaniga a non farne mistero nei colloqui in vista della perizia: «A torto o a ragione ero considerato la persona più importante e carismatica del pronto soccorso. Io mi ritengo, se non il migliore, uno dei migliori medici. Sì il migliore per la vastità della mie competenze», ha raccontato agli psichiatri aggiungendo che «praticava l'ostentazione culturale anche nei verbali di pronto soccorso, dove utilizzava un italiano "alto e desueto" e talora il latino».


Nei colloqui cita Milton, Schopenhauer, Foucault ed Heidegger e, «nel raccontare - è scritto nella perizia fa riferimento al proprio narcisismo, termine su cui tornerà quasi con compiacimento e specificando: «Sono narcisista con grandiosità dell’Io. Sono sempre stato un medico con difficoltà a rispettare norme e autorità. il mio superiore è solo quello che è più bravo di me. Qualcuno mi ha definito un fuoriclasse», ha aggiunto.


Cazzaniga Fornisce anche le motivazioni di quei cocktail che somministrava ai pazienti (nove quelli che secondo l’accusa avrebbe ucciso mentre altri 18 casi sono ancora all’analisi dei consulenti della Procura): «L'ho fatto come una forma di pietà, di cui sono fiero». «Ho maturato la convinzione che fosse inumano e anti-pietas comportarsi sul morente in modo accanente» nei confronti di pazienti «in fase terminale, preterminale». E per terminali «intendo minuti, mezz'ore e ore, per me era semplicemente accompagnarli alla morte». Si è detto contrario a far parte di gruppi ideologici di pressione: «Non mi unisco ai Radicali». Coi colleghi si definiva «"Dio" per scherzo», e al Codice di deontologia medica si sentiva di aderire «solo parzialmente». «Mi permetto di giudicarne i limiti», ha spiegato Cazzaniga.