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EDITORIALE

Chat tra prof e alunni. Ci vuole buon senso

di Anna Maria Ferrari -

11 gennaio 2018, 15:30

Chat tra prof e alunni. Ci vuole buon senso

La scuola non è solo una fucina di sapere, ma anche di relazioni. L'insegnante che non si dimentica nella vita è quello che ti ha trasmesso nozioni, passioni ed emozioni: allora sì che l'apprendimento funziona davvero. Ma il confine tra il rapporto troppo personale, la relazione che sfocia in qualcosa di simile al rapporto con un amico, è labilissimo. Il fatto è evidente nel caso dell'uso di WhatsApp nelle comunicazioni tra studenti e professori: come tenere le distanze quando sono proprio le chat nella loro essenza che tendono ad annullarle? Come mantenere quel muro alzato, quando sono proprio gli studenti-adolescenti che provano ad abbatterlo nel loro bisogno di sentirsi riconosciuti come unici e speciali, quando sono proprio i docenti bravi a dover stare in bilico sul crinale sapere-sentimenti? Anche perché travalicarla, quella barriera, produce effetti disastrosi e tradisce la missione dell'insegnamento, l'affidarsi dei ragazzi e delle famiglie alla scuola. Non bastano i codici deontologici, i divieti. E' l'adulto con il suo equilibrio che deve tenere le redini. Con buon senso. Ma perdere il governo e sfociare nell'intimità è un attimo.

Lo racconta la cronaca, purtroppo. Il problema è diffuso: quasi 9 studenti su 10 hanno un gruppo classe su WhatsApp, secondo una recente ricerca di Skuola.net, e 1 su 4 dice che alla chat partecipa anche il docente. Poi c'è il recente episodio accaduto al liceo Tasso di Roma, dove si indaga su un caso di molestie a carico di un docente. Tre alunne, due maggiorenni e una minorenne, accusano il professore di aver inviato loro un numero abnorme di messaggi sessualmente espliciti o scivolosi verso le luci rosse. Il caso romano è estremo, certo, perché la stragrande maggioranza dei docenti usa WhatsApp per dare informazioni sui libri, la recita, i compiti. Ma il problema esiste, eccome. Alzi la mano chi, studente e genitore, non ha avuto esperienza del docente che si lascia andare in chat a confidenze sulla vita di coppia, la dieta vegana, i giudizi sulla classe, magari senza rendersi conto del potere esplosivo che esercita sull'alunno. Il 14 dicembre, con una circolare dal titolo “Uso e abuso delle chat”, la preside dell'istituto comprensivo di Vazzola e Moreno di Piave, in provincia di Treviso, ha vietato ai professori la partecipazione a conversazioni social con allievi e genitori. “All'interno della scuola - ha scritto - i docenti rivestono il ruolo di pubblici ufficiali e sono tenuti al rispetto del codice di comportamento dei dipendenti pubblici”. Il presidente dell'Associazione nazionale presidi del Lazio, Mario Rusconi, ha detto che c'è bisogno di consapevolezza, che i prof nelle chat non devono dare spazio a contenuti di tipo personalistico. Urgono regole, chiarezza, ha ripetuto. Ma sono davvero efficaci i divieti quando in gioco ci sono anche le relazioni, visto che in classe ci si sta ore ed ore, uno fianco all'altro?

Credo di no. Credo che la vera partita si giochi sull'equilibrio, l'autorevolezza, diciamo pure la salute mentale dell'adulto-professore. Non bastano le circolari dei presidi. E' il docente che ha questo compito di auto-consapevolezza. Come ha detto su Repubblica la preside e scrittrice Mariapia Veladiano, «insegnare è un lavoro che richiede doti umani particolari, bisognerebbe che le procedure di accesso alla professione ne tenessero ben conto. La gestione delle relazioni a scuola è una questione di maturità personale, non solo di regole». Ancora una volta, a fare la differenza è la persona. Con le sue qualità (o meno).