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CULTURA

Giorgio Bordin: «Io fotografo come nell'Ottocento»

«Dal collodio alle lastre, nell'era del digitale utilizzo tecniche artigianali nate due secoli fa»

di Margherita Portelli -

11 gennaio 2018, 19:14

Giorgio Bordin: «Io fotografo come nell'Ottocento»

Quanta conoscenza si nasconde dietro una fotografia? Forse non tutti se lo immaginano. C’è l’arte, di sicuro: la capacità
di cogliere un fuggevole istante e regalarlo all’eternità, con un occhio che si socchiude generoso per far sì che l’altro si possa spalancare a una nuova prospettiva. Poi però c’è anche la scienza - pura e fascinosa - di un’immagine che chimicamente prende forma sulla pellicola; possono esserci anni di studio, dietro una foto, oppure nottate di «pasticci» che si rincorrono in una camera oscura. Non ultima la storia: quella di una tecnica che nei secoli si è evoluta come poche altre e che ci ha condotti a essere tutti, bene o male, un po’ fotografi. La filosofia, leggerete, vien da sé. Se ne potrebbe parlare per ore, di queste cose. Ci si potrebbero quasi scrivere interi volumi. Ebbene, Giorgio Bordin - classe 1958, piemontese di Novara, medico internista, reumatologo e immunologo che dal 2005 è direttore sanitario dell’Hospital Piccole Figlie - lo ha fatto. Da poche settimane ha dato infatti alle stampe «Dell’età del ferro (e di altri metalli preziosi) – Le siderotipie vecchie e nuove», terzo ed ultimo volume della sua monumentale opera editoriale dedicata alle antiche tecniche fotografiche (Guaraldi Editore). Questa terza pubblicazione segue «Fascino e rigore del collodio» (2015) e «Il sapore del sale» (2016). L’opera completa ripercorre una passione totale, quella di Bordin per la fotografia, che l’ha portato negli ultimi anni ad un ritorno all’analogico e, poi, all’approfondimento delle tecniche di fotografia antica: oltre alla stampa argentica tradizionale, Bordin realizza positivi diretti o stampe da negativi analogici di grande formato, nel campo della calotipia, collodio umido (positivo e negativo), carta salata, aristotipia, stampa all’albumina, platinotipia, cianotipia, kallitipia, stampa vanDyke, fotografia stenopeica. Un vero e proprio trattato, il suo, che si spinge dalla chimica alla tecnologia, in migliaia di pagine che, con parole e immagini, raccontano di tecniche da lui stesso sperimentate. Trovato un coraggioso editore che sposasse questa sua ambiziosa impresa, non contento il medico-fotografo ha firmato anche l’impaginazione (la grafica è un’altra grande passione) di un lavoro rigoroso e appassionato che si presta a infiniti spunti di riflessione. In attesa della presentazione del terzo volume, in programma per il 18 febbraio (alle 17) alla libreria Mondadori dell’Eurotorri, abbiamo fatto qualche domanda all’autore.

Dottore, da dove nasce questo amore per la fotografia?
«Quando ero bambino, da che ho ricordi, avevo sempre una matita in mano. Tutto ciò che è legato all’immagine, da sempre mi affascina: mi dedicavo ai disegni, agli acquerelli, alle incisioni, ma la fotografia era un hobby costoso, e la mia famiglia non se lo poteva permettere; per me era qualcosa di esoterico, irraggiungibile. Così quando mi laureai, chiesi in dono una reflex, e da lì tutto ebbe inizio. Quando sono arrivato a Parma – dopo essermi laureato a Torino e aver lavorato per anni a Novara e a Milano – dal digitale ho fatto un passo indietro verso l’analogico, e poi con sempre maggiore interesse ho approfondito quelle che possiamo definire tecniche “antiche”».

Una passione di nicchia, quindi…
«Diciamo che si tratta di un’isola, ma di dimensioni continentali. Forse sarà una reazione al dilagare della tecnologia, ma sempre più persone si stanno riappropriando del gusto artigianale di fare foto come nella seconda metà dell’800. Queste tecniche, di certo, impongono un diverso rapporto con il tempo rispetto al “bite and go” a cui ci siamo dovuti abituare oggi. Mi piace citare Eliot a tal proposito: “Dov’è la sapienza che abbiamo perduto nell’informazione?”. L’informazione è divenuta così entropica che ha fatto perdere la conoscenza. L’industrializzazione tende a generare standard di uniformità: il concetto del “good enought”, secondo il quale una cosa deve essere fatta bene a sufficienza per raggiungere il proprio scopo. Già, ma lo scopo dell’arte qual è?».

E quindi lei ha fatto un percorso a ritroso, nell’era della tecnologia spinta…
«David Vestal diceva che “Compensare la mancanza di capacità con la tecnologia è un progresso verso la mediocrità”. Ecco perché io credo che fare belle foto con le più moderne macchine digitali sia molto più difficile che con un banco ottico: perché si rischia che sia la macchina a fare la foto e non noi. Fotografare con le tecniche di secoli passati, d’altra parte, è un percorso alla ricerca della percezione, ma c’è il rischio che si presti così tanta attenzione all’aspetto “artigianale” da dimenticarsi che lo scopo ultimo è fare belle foto. Anche il termine “antico” rischia di non essere adeguato, perché spesso non rappresenta la verità delle cose. Molte di queste tecniche riprendono luce e vigore attraverso un lavoro di ridefinizione e ricomprensione dei meccanismi chimici che ne stanno alla base, e mutuano variazioni e miglioramenti delle tecnologie originali attraverso l’apporto di personalità influenti in ambito chimico o fotografico, che hanno utilizzato le conoscenze del ventunesimo secolo per ottimizzare ciò che prima era impreciso e affrontato con una buona dose di intuito. Alcuni metodi sono davvero nuovi e moderni, anche se basati su tecniche nate due secoli fa».

Lei è uomo di scienza, innamorato dell’arte. Che cosa ci dice di questa accoppiata?
«La scienza vive di aspetti artistici e l’arte ha dentro di sé aspetti di rigore propri della scienza. Un’idea nuova emerge da un salto qualitativo, un salto logico compiuto solo per un impiego della ragione diverso da quello razionalistico. L’immaginazione è fondamentale per lo scienziato. Così come il rigore lo è per l’artista».

Ma il tempo per studiare, sperimentare, scrivere, fotografare, dove lo trova?
«Il lavoro viene prima di tutto, al pari della famiglia. Per il resto diciamo che ci sono le ore notturne e la pazienza di chi mi sta intorno».

Oltre a questa importante opera in tre volumi, tiene anche corsi sulle antiche tecniche di fotografie. Cos’altro ha in programma?
«L’avventura più grande ora è tentare di darmi un freno, altrimenti rischio di esagerare».
Per informazioni e ordini: www.bordinphotographic.it.


Dell’età del ferro (e di altri metalli preziosi) – Le siderotipie vecchie e nuove
di Giorgio Bordin
Guaraldi Editore, pag. 405, 80,00