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EDITORIALE

Campagna elettorale: chi la spara più grossa

di Aldo Tagliaferro -

12 gennaio 2018, 17:35

Campagna elettorale: chi la spara più grossa

Si narra che tanti anni fa - correva l'anno 1952 - Achille Lauro divenne sindaco di Napoli a suon di preferenze comprate con metodi degni del genio di Totò e Peppino: chili di pasta distribuiti ai comizi, scarpe sinistre (nel senso che la destra per completare il paio sarebbe arrivata solo a elezione avvenuta) e banconote tagliate a metà (stesso principio...). Altri tempi, si dirà. In un'era mediaticamente un po' più evoluta il classico «Meno tasse per tutti» di Silvio Berlusconi utilizzava la stessa leva populista ma proprio per la sua genericità lo slogan era buono soprattutto per trasformare Tutti in Totti nei fotomontaggi di rito.

Viene quasi nostalgia di quella politica un po' cialtrona ma ancora nei binari della tenzone pre-elettorale. Oggi purtroppo a colpi di promesse acchiappa-voti si scherza in maniera sconsiderata con i conti pubblici, che alla fine della fiera sono le nostre tasche. Perché le promesse di tagli o elargizioni si fanno sempre più circostanziate, eppure sono spesso irrealizzabili, non sono quasi mai accompagnate da un progetto di copertura dei costi, non tengono in alcuna considerazione i fondamentali economici. Il rischio, come già paventavamo una decina di giorni fa, è di restare sulla banchina proprio mentre passa il treno della ripresa, certificato anche ieri dall'agenzia di rating Standard & Poor's, che però non ha mancato di ricordarci che il Pil italiano resta ben al di sotto di quello del 2007.

E invece da destra a sinistra, passando per quel coacervo di contraddizioni che è il M5S (euro sì, euro no è diventata una barzelletta), gli imbonitori catturano titoli: Salvini e Cinque Stelle in tema di pensioni vogliono abolire la riforma Fornero, ma secondo le stime dell'Inps l'operazione costerebbe 140 miliardi di euro nel 2020. Cambiamo sponda: è di Pietro Grasso (Liberi e uguali) l'idea che puzza di demagogia di abolire le tasse universitarie, tanto ci penserebbero le aziende che inquinano a coprire i costi. Mah. In confronto l'abolizione del canone Rai da parte del Pd sembra uno scherzo. Ma probabilmente l'apoteosi è di Luigi Di Maio pronto a ridurre del 40% in appena due legislature il debito pubblico oggi attestato oltre il 130% del Prodotto interno lordo aumentando la spesa pubblica in infrastrutture. La lezione delle «formiche» Alberto Alesina e Francesco Giavazzi arriva dalle colonne del Corriere della Sera, dove i due economisti spiegano alla «cicala» grillina che quello che promette semplicemente non si può fare perché - sintetizziamo al massimo - occorrerebbe avere i conti pubblici in attivo o quanto meno un avanzo di bilancio più alto del costo del debito, cosa ottenibile o riducendo le spese o aumentando le imposte (cosa che ovviamente riduce la crescita).

La lista si può allungare a piacere: si va dalla flat tax al 15% cara alla Lega che compenserebbe i 40 miliardi di mancato gettito con il circolo virtuoso che si innescherebbe, alla pletora di bonus da 80 euro che il Pd ha peraltro già avviato da tempo fino al reddito di cittadinanza di impronta grillina (ma anche berlusconiana: i famosi mille euro al mese) compensata dalla riduzione delle agevolazioni fiscali. Tanto per far quadrare il cerchio basta riempirsi la bocca di spending review, buona per tutte le stagioni. Perché preoccuparsi?