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EDITORIALE

Traditori ed eroi dello Stato italiano

di Michele Brambilla -

14 gennaio 2018, 13:41

Traditori ed eroi dello Stato italiano

L'altra sera alla Feltrinelli di via Farini (che organizza sempre incontri molto interessanti: complimenti a Roberto Ceresini, uno degli ultimi veri librai) Antonio Ferrari ha presentato il suo romanzo-verità “Il segreto”, edito da Chiarelettere e dedicato al caso Moro. Ferrari, che è un giornalista del Corriere della Sera, questo libro lo aveva scritto trentasei anni fa, a ridosso del sequestro e dell'omicidio del presidente della Democrazia Cristiana: ma, all'epoca, nessuno aveva avuto il cuore di pubblicarlo. Era un libro scomodo, perché insinuava più di un dubbio sulla versione accettata da tutto il Paese: e cioè che il delitto Moro era stato opera esclusiva delle Brigate Rosse.
Una versione della quale Ferrari - e, ormai, non solo lui - non è convinto. Troppo «militarmente perfetto» l'agguato in via Fani, dove cinque agenti della scorta furono massacrati a colpi di mitra senza che Moro restasse scalfito; e troppo inverosimile che in quasi due mesi i brigatisti siano riusciti a nascondere il loro ostaggio in una Roma passata al setaccio. “Il segreto” avanza una tesi, che grossolanamente riassumo così: le Brigate Rosse nascono in effetti rosse, e solo rosse; poi però vengono infiltrate, anche e forse soprattutto da agenti segreti stranieri; questi infiltrati partecipano al sequestro e alla fine decidono di uccidere il presidente della Dc dopo che i brigatisti lo avevano liberato; questo perché Moro, a certi poteri italiani ma soprattutto americani, faceva più comodo da morto che da vivo. Quanto può essere credibile una ricostruzione del genere? Ferrari ha precisato che «nel libro c'è un sessanta per cento di verità, un venti di fantasia e un altro venti di zona grigia: diciamo sospetti non provati».
Ho intervistato per La Stampa, il 15 giugno 2010, Richard Gardner, che era ambasciatore Usa in Italia al tempo del sequestro, e mi ha detto che è follia il solo pensare che gli americani abbiano voluto la morte di Moro: «Era un nostro grande amico e un nostro grande alleato». Conosco poi anche alcuni dei brigatisti che rapirono Moro, e quando chiedo loro se davvero dietro le Brigate Rosse c'erano solo le Brigate Rosse, mi rispondono sempre così: «Ti pare possibile che, se avessimo agito in combutta con qualche servizio segreto, ci saremmo fatti venti o trent'anni di galera?». Insomma: finché un complotto non è provato, non ci credo.
Ma il lavoro investigativo di giornalisti come Antonio Ferrari è prezioso, anzi vitale, tanto più in un Paese come il nostro, che di misteri mai chiariti ne ha avuti fin troppi, da piazza Fontana a Ustica. E di questo s'è parlato l'altra sera: dei troppi segreti di Stato che sarebbe ora di togliere. Intanto, perché il popolo italiano ne ha diritto. E poi perché, se non c'è trasparenza, si alimenta nei confronti delle istituzioni un clima di sfiducia pericoloso. E pure ingiusto: perché nello Stato italiano c'è stato sicuramente qualche traditore, ma soprattutto ci sono stati moltissimi leali servitori. Il terrorismo è stato sconfitto perché tanti uomini di Stato - magistrati, carabinieri, poliziotti, perfino politici - hanno pagato con la vita la difesa della democrazia. Questi sono gli uomini che dobbiamo sempre ricordare, soprattutto ora che, in nome di un disfattismo sciagurato, si vorrebbe far passare l'idea di un'Italia sempre governata da corrotti e mascalzoni.
michele.brambilla@gazzettadiparma.it