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EDITORIALE

Perché l'atomica torna a fare paura

di Paolo Ferrandi -

16 gennaio 2018, 14:46

Perché l'atomica torna a fare paura

La paura di una guerra nucleare sembrava un sentimento non più di moda, una cosa da secolo scorso, da archiviare assieme ai bunker anti-atomici, agli opuscoli su cosa fare in caso di attacco nucleare, alle discussioni sulla dislocazione dei missili americani in Europa in risposta alla minaccia dell'Unione Sovietica. Una paura, appunto, morta con l'Unione Sovietica, l'«impero del male» di reaganiana memoria.

E in effetti, dopo l'implosione del potere sovietico la strada sembrava tracciata. La certezza della «mutual assured destruction» - in acronimo «Mad», che in inglese vuol dire «pazzo» -, cioè la certezza che l'Unione Sovietica, gli Stati Uniti e il mondo più in generale, non sarebbero sopravvissuti a un conflitto nucleare era riuscita a mantenere l'equilibrio del terrore, e, in sostanza, a farci rimanere vivi. Ora con un chiaro vincitore - gli Stati Uniti - non c'era più bisogno di quella montagna di armi nucleari che le due superpotenze avevano accumulato. E in effetti, per anni, la diminuzione concordata dei due arsenali nucleari principali (quello russo e quello americano) è andata avanti in modo soddisfacente. Sembrava quindi che l'epoca del terrore atomico fosse sul punto di finire. Altre paure avevano preso il suo posto: la minaccia dell'estremismo islamico, per esempio, la preoccupazione per il riscaldamento climatico o per gli squilibri dell'economia mondiale.

In questi giorni, però, tutto d'un tratto, ci troviamo di fronte a un nuovo ritorno delle vecchie paure. Papa Francesco proprio ieri lo ha ricordato: «Si, - ha detto il Pontefice in viaggio verso il Cile - ho davvero paura. Siamo al limite. Basta un incidente per innescare la guerra. Di questo passo la situazione rischia di precipitare. Quindi bisogna distruggere le armi, adoperarci per il disarmo nucleare». Sabato scorso, poi, alle Hawaii un impiegato federale, schiacciando il bottone sbagliato, ha diffuso per errore un'allerta attacco missilistico e ha provocato il panico nello stato americano più vicino alla Corea del Nord. Nelle attuali condizioni, infatti, è una minaccia credibile.

E questo ci avvicina al cuore dell'attuale incarnazione del problema. E' venuto meno lo scontro titanico tra le superpotenze, ma i conflitti regionali sono rimasti e, se possibile, sono diventati più sanguinosi. Allo stesso tempo molte nazioni (Israele, Pakistan, India e Corea del Nord) in modo esplicito o implicito (Tel Aviv non ha mai confermato la propria capacità nucleare) hanno armi atomiche. E' probabile che anche l'Iran, nonostante gli sforzi internazionali e le azioni di disturbo da parte di Israele e Stati Uniti, nei prossimi anni possa entrare nel club. La tensione dell'area è, infatti, altissima e in queste condizioni è difficile far funzionare i trattati appena firmati e già in procinto di essere smantellati.

A questo si aggiunge un atteggiamento molto più aggressivo riguardo all'uso delle armi nucleari da parte di Russia e Stati Uniti. Nei prossimi mesi la Casa Bianca dovrà pubblicare la nuova «Nuclear Posture Review», il documento che spiega la politica nucleare statunitense. Le bozze che - attraverso una «soffiata» - sono arrivate alla stampa parlano dello sviluppo di nuove armi nucleari «leggere» e della possibilità di una risposta nucleare da parte Usa a un massiccio attacco non-atomico. Si tratta, appunto, di bozze e i documenti ufficiali saranno più sfumati. Ma l'orologio dell'Olocausto atomico si è rimesso in moto. E di questo dovremmo essere tutti preoccupati. Non solo il Papa.

pferrandi@gazzettadiparma.net