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EDITORIALE

I richiami dell'Europa e le condizioni italiane

di Domenico Cacopardo -

18 gennaio 2018, 19:36

La questione è semplice: i vicepresidenti dell’Unione Europea Iyrki Katainen, Pierre Moscovici e Franc Timmermans (primo vicepresidente) hanno esercitato il diritto-dovere di tutelare i principi della comunità politica cui sono preposti, condannando la dichiarazione di Attilio Fontana (candidato alla presidenza della Lombardia per il centrp-destra) sulla «razza» da difendere, e le affermazioni di Luigi Di Maio, «capo» del Movimento 5Stelle sul superamento del limite del 3% per il deficit di bilancio?
Prima di rispondere, facciamo un passo indietro.
L’Unione Europea è il risultato di un processo iniziato nel 1951, quando su iniziativa dei francesi Jean Monnet e Robert Schuman, dell’italiano Alcide De Gasperi e del tedesco Konrad Adenauer, venne istituita la CeCa, la comunità del carbone e dell’acciaio, cui fece quasi subito seguito l’Euratom (l’intesa per l’energia nucleare). Passo dopo passo, attraverso i trattati di Messina, di Roma e via dicendo molta strada è stata compiuta, talché l’Unione è oggi una realtà istituzionale e politica, fondata su organici principi democratici e imprescindibili interrelazioni economiche, politiche e sociali, formatesi in decenni di proficui rapporti tra uomini e imprese.
In questo contesto è innegabile che ci siano delle sfrangiature che riguardano soprattutto alcuni paesi dell’Est (i 4 di Visegrád: Repubblica Ceca, Polonia, Slovacchia e Ungheria e, ora, forse l’Austria) che non hanno accettato la moneta unica e che si oppongono a vitali decisioni comunitarie come l’allocazione dei profughi ancora, in prevalenza, nel nostro territorio. Questione, l’ultima, in cui noi italiani siamo particolarmente esposti per il grande sforzo umanitario compiuto (salvando la faccia all’intero continente) e per la solidarietà che Francia e Germania, in modo differenziato, ci hanno dato e di cui avremo sempre più necessità.
Insomma, la «condizione delle condizioni», quella che vincola le decisioni italiane come degli altri stati è l’appartenenza (liberamente decisa) a questa irreversibile comunità. Essa comporta l’adesione a decisioni come il Trattato di Maastricht, col quale venne decisa l’adozione dell’euro e, insieme, alcuni parametri di bilancio (fra cui il massimo del 3% di deficit) e di debito pubblico sostenibile, per i paesi aderenti, nonché il successivo e discutibile «Fiscal compact» (governo Monti).
Orbene, questi vincoli sono stati attuati con una certa flessibilità (che ha beneficato proprio noi italiani), anche se il «Fiscal compact» ha avuto un effetto decisamente recessivo. Ora, sul filo del rasoio, l’Italia (con Francia e Germania) è tra i tre paesi che intendono guidare il processo di aggiornamento delle regole comunitarie, avanzando sulla strada, lunga e impervia, del federalismo. Salvo, ovviamente, l’esito delle prossime elezioni.
È perciò legittimo che Moscovici esprima preoccupazioni per l’irresponsabile proposta 5Stelle di sfondare il limite del 3% di deficit.
E che, con lui, Katainen e Timmermans disapprovino il richiamo razzista del candidato presidente della Lombardia. Una regione fondamentale nel Risorgimento e nella lotta al Nazifascismo.
Di questa realtà europea siamo parte fondamentale. Non dimentichiamolo.

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