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EDITORIALE

La strana democrazia delle parlamentarie

di Francesco Bandini -

20 gennaio 2018, 15:21

La strana democrazia delle parlamentarie

Volano gli stracci in casa del Movimento 5 Stelle. Lo spettacolo che il «non partito» grillino sta dando di sé all'indomani del caotico esito delle parlamentarie è tutt'altro che edificante per chi simpatizza per quella parte e offre un formidabile assist per chi la osteggia. L'idea di aprire a chiunque le candidature per Camera e Senato, in significativa contrapposizione con gli indicibili mercanteggiamenti che si consumano nelle segreterie dei partiti, offriva in partenza un non trascurabile vantaggio al movimento di Grillo, che poteva spendere quella carta per vantare la trasparenza e la democraticità nella composizione delle proprie liste. Ma questo iniziale e teorico patrimonio di credibilità è stato ben presto dilapidato alla luce dello sconfortante scenario che si è presentato a parlamentarie chiuse.
La miriade di contestazioni, recriminazioni e denunce da parte di tanti esclusi ha determinato un vociare confuso e astioso, che più che la nobile delusione politica per non poter avere l'onore di rappresentare la nazione, sembrerebbe denotare il risentimento per non essere riusciti a infilarsi nella lista magica di quelli che (dato il prevedibile corposo bottino di seggi del M5S) aspirano a sistemarsi per cinque anni a Montecitorio o a Palazzo Madama. Già si parla di ricorsi a raffica per far valere quello che ciascuno degli scontenti rivendica come un proprio sacrosanto diritto a essere candidato. Mettiamo pure che alcuni di questi ricorsi possano essere accolti e che chi li vince poi risulti effettivamente eletto in Parlamento: quale spirito di collaborazione potrà mai albergare in un gruppo parlamentare che prima ancora di nascere ha visto i propri futuri membri azzuffarsi a suon di carte bollate pur di accaparrarsi l'agognato strapuntino?
Quando cinque anni fa un considerevole esercito di neo parlamentari pentastellati si ritrovò catapultato nei palazzi romani dopo che molti di loro avevano vinto le parlamentarie con una manciata di voti (allo stesso Di Maio per partecipare alle elezioni politiche ne bastarono 189), i maligni parlarono di «miracolati», di parecchia gente che grazie a quello scranno poté assicurarsi uno stipendio che fino ad allora non si era neanche sognato, avendo per lo più alle spalle impieghi precari quando non del tutto assenti. Ora la gazzarra scatenata dai tanti esclusi rischia di alimentare ulteriormente il sospetto che tutto questo sgomitare abbia talora finalità non propriamente alte e nobili.
E comunque tutto questo, sia ben chiaro, non necessariamente implica che i protestatari non abbiano una qualche valida ragione per contestare il vertice. In effetti, a fronte della trasparenza di una procedura che consente a chiunque di candidarsi, non si può non constatare l'opacità del criterio di selezione dei candidabili, con un ineffabile e quasi orwelliano «staff» che stabilisce senza possibilità di appello chi può correre e chi no e con il sospetto che in non pochi casi le esclusioni siano state decise in modo a dir poco arbitrario. E allora – viene da chiedersi – alla fine dov'è la tanto decantata differenza rispetto ai partiti tradizionali? Nei quali, quantomeno, a fare le liste (sia pur nelle segrete stanze) sono quasi sempre organismi democraticamente eletti. A cosa servono le meraviglie della democrazia digitale, se poi c'è sempre un padrone (Grillo, Di Maio, lo staff, la Casaleggio associati) che ha l'ultima parola su tutto?
fbandini@gazzettadiparma.net