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EDITORIALE

Perché Mattarella ha ragione sul voto

di Michele Brambilla -

21 gennaio 2018, 14:07

Perché Mattarella ha ragione sul voto

Nel febbraio del 1992, e poi a cascata nei mesi e negli anni seguenti, le indagini della magistratura alzarono il velo sul sistema di finanziamento illegale che aveva contagiato praticamente tutti i partiti della Prima Repubblica. Quando videro scattare le manette, gli italiani non si stupirono. Che gran parte dei politici fossero corrotti, lo sapevano da un pezzo; e i politici stessi non facevano un granché per nasconderlo. Le tangenti per le casse dei partiti erano giustificate come una necessità; e perfino certi arricchimenti personali erano esibiti, ostentati con birbante spavalderia.
Quelle inchieste delle varie Procure italiane furono quindi benedette. La convinzione di essere impuniti e impunibili aveva tolto ogni remora ai protagonisti di un sistema che era giunto al capolinea. I magistrati diedero dunque il la; poi, furono gli elettori a incaricarsi di sbriciolare i vecchi partiti. Fu dunque, quella stagione detta all'inizio di "Mani Pulite", un momento positivo e probabilmente provvidenziale.
Quello che però sfuggì allora ai più (solo poche voci critiche si alzarono, e furono silenziate come collaborazioniste) fu l'effetto negativo che avrebbe prodotto negli anni la furia iconoclasta che si impadronì di gran parte del popolo italiano. Ci si convinse - anche perché faceva comodo convincersene - che "tutti" i politici sono corrotti; che "tutti" i poteri sono marci; che "tutte" le colpe di quel che va male in Italia è da attribuire alla classe dirigente, e solo a quella. Nelle fiaccolate pro-giudici, nei gruppi di lanciatori di monetine, in tanti articoli di giornali e ultimamente nella coscienza di un popolo scattò purtroppo un meccanismo di auto-assoluzione che impedì di cogliere la sostanza della questione: e cioè che se è vero che la classe dirigente ha le responsabilità maggiori, è anche vero che la situazione di un Paese non dipende solo da chi governa, ma anche dallo spirito di appartenenza, dal senso civico e perfino dall'onestà nelle piccole cose di ciascun governato.
È in quei giorni, in quel tempo in cui la morale si confuse con il moralismo, l'origine della grande, collettiva sfiducia degli italiani nei confronti della classe politica. La quale classe politica di colpe non solo ne aveva allora, ma ha continuato e continua ad averne anche ai giorni nostri. Però non è composta tutta da mascalzoni come una cupa propaganda vorrebbe far credere.
Ma purtroppo i contenuti di questa cupa propaganda sono diventati, se non l'opinione comune, l'opinione più comune. Si è creato un clima di sfiducia, peggio ancora di disfattismo, che vorrebbe indurci a credere che questo è un Paese finito. Ecco perché per ben due volte nell'arco di due settimane il Presidente della Repubblica ha rivolto un appello agli italiani affinché vadano alle urne il prossimo 4 marzo. Quello degli astensionisti è, ormai da tempo, il partito di maggioranza relativa: ora rischia di diventare quello di maggioranza assoluta. Sommato, magari, ai voti raccolti da chi si candida a guidare il Paese con un solo programma, quello di urlare che "gli altri" fanno schifo.
La sfiducia incondizionata e indistinta è una reazione di pancia che non permette di cogliere la realtà. Andare a votare, fosse pure per il meno peggio, è invece necessario per evitare non solo un errore, ma un suicidio.

michele.brambilla@gazzettadiparma.it