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EDITORIALE

Un anno di Trump, il presidente che divide

di Marco Magnani -

22 gennaio 2018, 16:57

Un anno di Trump, il presidente che divide

Ancora una volta Donald Trump ha sorpreso tutti. Dopo aver costruito il proprio successo politico come campione dell’anti-establishment, nei prossimi giorni interverrà al World Economic Forum di Davos, ritrovo annuale dell’élite economico-finanziaria mondiale. In realtà la scelta non è casuale. Tra le montagne che ispirarono Thomas Mann, Trump non andrà per cercare compromessi con l’establishment internazionale ma per promuovere America First e le sue politiche di rafforzamento di industrie e lavoratori americani. Drastica riduzione delle tasse alle imprese, ottima salute dell’economia e boom in Borsa rendono attraente investire negli Stati Uniti.
Il presidente parlerà di fronte ai leader del mondo ma il messaggio sarà rivolto anche alla classe media americana. Anche a Davos quindi Trump farà ciò che gli riesce meglio e che non ha mai smesso di fare: campagna elettorale. In quest’ottica, tutta la condotta di Trump nel primo anno di Casa Bianca può essere considerata meno improvvisata e istintiva di quanto sembri. Le provocazioni su twitter, le iniziative controverse, a volte anche le gaffe, hanno spesso un filo conduttore: compiacere lo zoccolo duro dei propri elettori e cercare di mantenere quanto promesso in campagna elettorale. Seguono questa logica il taglio delle tasse (ad oggi l’unico vero successo), le misure sull’immigrazione, la cancellazione del Tpp-Trans Pacific Partnership, la dura posizione - almeno a parole - nei confronti della politica commerciale cinese, i continui attacchi all’accordo nucleare con l’Iran, i toni di sfida nei confronti di Kim Jong-un, l’uscita degli Stati Uniti da Unesco e accordi sul clima di Parigi. Tutti comportamenti graditi ai sostenitori di Trump. Tutte promesse fatte in campagna elettorale.
Questa esasperata “fedeltà” al proprio elettorato forse aiuterà il presidente alle prossime elezioni. Ma certamente non fa bene al Paese. Trump si è confermato molto divisivo. Vincitore anche in conseguenza della crescente polarizzazione nel paese, avrebbe potuto essere il presidente di tutti. Invece ha continuato a cavalcare le divisioni esistenti, esacerbandole.
Il livello di conflittualità di Trump è senza precedenti. Si è scontrato con ministri e collaboratori, costringendone molti alle dimissioni. Ha dichiarato guerra ai media, soprattutto Cnn e New York Times ma anche a quelli più conservatori. Ha ingaggiato un braccio di ferro con i giudici sull’immigrazione, accusato i vertici dell’Fbi sul Russiagate, sparato a zero sull’Onu e criticato la Nato, polemizzato con il Papa. Ha aumentato la tensione con importanti alleati come Germania e Australia e incrinato rapporti storici con i confinanti Messico e Canada. Ha infiammato il mondo arabo spostando l’Ambasciata Usa a Gerusalemme, di fatto così privando Washington del ruolo di mediatore nel conflitto israelo-palestinese.
Alcuni avversari politici hanno messo malignamente in dubbio l’equilibrio psichico del presidente. Che ha risposto con l’ennesima provocazione autodefinendosi «un genio». Politicamente geniali sono alcune intuizioni del Trump-candidato, che ha compreso i cambiamenti del Paese e rivoluzionato la comunicazione. Ma un vero statista deve saper dialogare, mediare, unire. Doti che Trump, nei suoi primi 12 mesi, non ha dimostrato di possedere.