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EDITORIALE

Elezioni, se a decidere fosse il voto "last minute"

di Luca Tentoni -

09 febbraio 2018, 16:08

Elezioni, se a decidere fosse il voto

Si va verso il voto del 4 marzo fra sondaggi che segnalano una strana stabilità di rapporti di forza fra i tre poli principali. In realtà ancora oggi un terzo dell'elettorato non sa se andare a votare ed eventualmente per chi. Il dato arriva al 47% (Demopolis; secondo Noto, invece, è al 42%) fra i giovani sotto i 25 anni. Se poi si aggiunge che, già nel 2006-2008 l'11% dei votanti ha deciso solo durante il "silenzio elettorale" (il sabato o addirittura la domenica) e che nel 2013 la percentuale è salita al 15%, si ha un quadro che non è affatto ben definito. In più, un recente sondaggio Swg (29-31 gennaio) spiega – confermando altri studi - che gli indecisi variano a seconda della propria condizione sociale. Le persone che hanno una maggior stabilità economica sono più decise sul voto (68%) rispetto a coloro i quali avvertono difficoltà e si sentono esclusi (di costoro, solo il 56,2% sa per chi voterà). Abbiamo, dunque, tre dati strutturali: il voto dei giovani sempre meno influente numericamente e meno "pesante" nelle urne (soprattutto a causa della disaffezione fra i 22 e i 30 anni, come spiega un recentissimo studio in materia, pubblicato dal Mulino); il voto "last minute", imprevedibile anche dai sondaggi (è quello che spesso fa la differenza fra le rilevazioni pre-elettorali e i risultati, suscitando polemiche); il diverso orientamento delle classi meno abbienti e degli elettori che si sentono emarginati (fra questi ultimi, il M5S ottiene, secondo Swg, circa il 12% dei voti in più che fra gli "agiati", mentre il risultato di Lega e FdI migliora complessivamente del 9%). Più che la campagna elettorale, ricca di promesse al limite dell'immaginabile (e forse molto oltre il limite del realizzabile) sono gli avvenimenti - anche tragici, purtroppo - a spostare voti, pur se nel complesso sembra di assistere ad una "pausa di valutazione" degli elettori. In queste tre settimane la massa di voti oggi non espressi potrebbe tradursi in una valanga di astensionismo oppure canalizzarsi in una direzione ben precisa, all'ultimo momento. Fatto sta che più di un terzo dei collegi uninominali è in bilico; se i votanti "last minute" fossero anche stavolta il 15% del totale, molti collegi incerti (dove il primo candidato è in vantaggio sul secondo per meno del 5%) potrebbero "cambiare colore". L'impressione è che ci siano partiti sottovalutati o avvolti dalla reticenza di chi - interpellato - reputa socialmente non "gradito" dichiarare di averli scelti. La stessa legge elettorale è ricca di meccanismi (come quello sulla ripartizione dei voti dati solo ai candidati dei collegi o quelli sulle liste coalizzate sotto l'1% o fra l'1% e il 3%) complessi se non astrusi, con un elettorato che a sua volta è confuso e diviso quasi equamente fra quattro poli (centrodestra, centrosinistra, M5S e astensione). Quale esito chiaro può essere prodotto dal voto, con queste premesse?

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