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IL RACCONTO DELLA DOMENICA

Quella dimora in collina tra le guizzanti luci della sera

di LUCA CANTARELLI -

11 febbraio 2018, 15:57

Quella dimora in collina tra le guizzanti luci della sera

L’ultima casa del paese sorge sulla collina. Salendo se ne scorgono i lumi guizzare nella foschia della sera, che nel suo grigiore un po’ vela, un po’ rischiara. Il muro di cinta ha forma quadrata, avviluppata agli angoli dall’edera. Sul davanti, dove la strada finisce, si erge un vecchio cancello a punte aguzze. Sul lato opposto, si staglia il tetto in marsigliese dell’edificio principale. Lo stabile e la grata d’ingresso sono collegate da un viottolo di ghiaia percorribile in auto.
Non è l’unico percorso interno. Oltrepassato il cancello, o guardando attraverso le sbarre, si nota che il sentiero più grande si dirama in alcuni sentieri più piccoli, che a loro volta tagliano in lungo e in largo il prato. Dappertutto ci sono vasi di fiori, alcuni freschi, altri vecchi di giorni. Le carte comunali ci suggeriscono che la struttura risale alla metà del diciannovesimo secolo, anno più anno meno, salvo i successivi ritocchi di manutenzione. Pare un mondo a parte, in cui perfino le voci hanno un suono diverso.
Adesso, una si ode più vitale delle altre. Proviene da una figura sospesa nell’umido fumo vespertino. Indossa un vestito scuro, guanti e cilindro. Le scarpe di copale, palesemente nuove, risaltano sul chiarore della lastra sbreccata dalle intemperie.
Le eccezioni non confermano la regola, l’infrangono – arringa la folla. Uno ascolta, facendo saltare in mano la moneta che portava in tasca. Ogni tanto piega lo sguardo a sinistra, dove staziona una giovane donna dall’abito lungo, bianco come l’ostia. Anche lei si gira, quando sente che l’altro non guarda, sorride in punta di labbra. Dietro di loro, due sagome se la ridono beate.
Se continua così, gli verrà un infarto – commenta ironicamente quello con il cappello di paglia. Dobbiamo capirlo. È nuovo di queste parti. Si quieterà anche lui. Occorre solo pazienza - ribatte l’altro, abbottonato nel vestito della festa.
La calma è la virtù dei … morti – prosegue lo scherzo Cappellodipaglia. La salma, semmai – resta in tono Vestitoafesta. Buona questa, fa morir dal ridere. - Intanto, lungi dal quietarsi, l’oratore della sera insiste. La nostra attuale condizione non giustifica il lassismo. – Non scende mai dal piedistallo. Allunga solo le mani verso la fiammella di una candela, appena una mandorla sbucciata dal fuoco, cercando invano un po’ di calore. Dove andremo a finire, altrimenti? Che esempio daremmo alle nuove generazioni? – Bravo – approva qualcuno dalle retrovie. Ma nessuno si accoda al suo entusiasmo.
Un altro che è arrivato di recente. Tre, quattro giorni al massimo – spiega Vestitoafesta. In questo mortorio, le giornate paiono tutte uguali – dice Cappellodipaglia. Sei in vena, oggi! – Varicosa, però. – Intanto, dal nero screziato della notte spuntano il rosso delle tegole e dei mattoni, la ruggine nell’inferriate, il verde dell’erba, il biancheggiare dei sassi. S’è fatto giorno – appura Vestitoafesta. Il tempo vola se ci si diverte. Rientriamo – chiude i discorsi Cappellodipaglia, dopo aver gettato un occhio alla figura in cilindro, che pare smarrita. Vai pure. Spiego due cose al nuovo arrivato e mi sdraio anch’io. – Il resto della folla si disperde. Chi vola verso le mura, chi sprofonda nella terra. Lo spirito con la moneta ripone il suo tesoro in tasca, saluta la ragazza col vestito da sposa, infine svapora oltre la lapide che ha il suo nome.