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Don Camillo, la rilettura di Bandini del prete della Bassa

13 febbraio 2018, 22:17

Don Camillo,  la rilettura di Bandini del prete della Bassa

Il 2018 è l'anno che segna il mezzo secolo passato dal giorno della morte di Giovannino Guareschi, uno degli scrittori più controversi del nostro Novecento. Un famoso docente universitario romano arriva, nella sua Storia della Letteratura italiana, ad affermare che Guareschi al suo tempo rivela il duro scontro politico in atto nel paese e nel mondo, raccontando nella provincia esiti di respiro molto limitato, orizzonti ristretti e meschini «di cui forniscono un'immagine rivelatrice, anche se di scarso valore letterario, i facili romanzi su Don Camillo».

Penso che per impostare il proprio lavoro di critico, di narratore e di storico, Egidio Bandini sia partito proprio da questo giudizio impietoso e in buona parte ideologicamente orientato e disorientante. Il suo «don Camillo. Un pastore con l'odore delle pecore», edito da Àncora e arricchito da una prefazione di Michele Brambilla, direttore di questo giornale, è la testimonianza di una coraggiosa e certo non «meschina» rilettura, che attraverso il personaggio del prete della Bassa, ripercorrendo la storia di uno scrittore diventato celebre e popolare, ma soprattutto la storia di una memoria del «Mondo piccolo» che nel prete si specchia, si rivela, si pone a confronto con l'oggi e ne diventa il controcanto che non muore mai, la passione e il sentimento di un popolo e di una condizione umana.

Egidio Bandini gode di una sicura e luminosa confidenza con Guareschi, don Camillo, Peppone, i comunisti degli anni Cinquanta e, naturalmente, con le pagine di Giovannino. Don Camillo gli è caro maestro e donno, gli è consigliere e in particolare gli è di sostegno e conforto, perché - come osserva Michele Brambilla - «detesta le scartoffie e ancor più detesta la carriera, tanto che quando lo fanno monsignore chiede e ottiene di tornare a prendersi cura delle sue anime. Di tutte le anime: credenti e no», precisa il prefatore.

Guareschi sta dalla sua parte, ma contrariamente a quanto si potrebbe pensare (e lungo il corso degli anni lo si è pensato spesso) sta criticamente dalla sua parte e in questo senso collima compiutamente con l'istinto narrativo di Bandini.

Un istinto narrativo, il suo, che però va molto al di là della figura e dei comportamenti di don Camillo, investendo pensieri e caratteri che riguardano tutto il complesso dell'opera guareschiana traducendola così in una curiosa contemporaneità.

Michele Brambilla ad un certo punto si e ci chiede: «quante facce hanno gli interpreti delle storie guareschiane? Mille, centomila, un milione?» Il Mondo piccolo da questo istante diventa un mondo grande, nostro, eternamente vivo. Nella ricchezza di tale prospettiva, dunque trovano posto il Crocefisso, la persona e il carisma di papa Bergoglio, e il Creatore stesso, addirittura, che sulle sponde del Po immagina una «sorta di coinvolgente pietà» nel nome dell'uomo, della sua fragilità ma anche della sua intima grandezza. Bandini carica sulle proprie spalle papa Francesco come don Camillo portava il suo Crocifisso e il viaggio diventa la ricca e affettuosa narrazione critica di un'esperienza umana che ci riguarda tutti da vicino in perenne umiltà di confronto e di suggestione ora benevola, ora magistralmente etica: un doppio tracciato che non appartiene più soltanto ai tempi e ai ruoli letterari immaginati da Guareschi, bensì alla storia di un cuore che non ha età e di una religione delle cose che è fascino, favola vera e dottrina popolare, come diceva don Mazzolari, cioè una sorta «di poesia» che è «eterno respiro del Po», mistero e natura del nostro destino.

don Camillo. Un pastore con l'odore delle pecore

Egidio Bandini, Àncora ed., pag. 123, 15