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Parma, un giovane su due vive in famiglia

16 febbraio 2018, 06:03

Parma, un giovane su due vive in famiglia

MONICA TIEZZI

A Parma non sono poi tanti, anzi a guardare le statistiche nazionali siamo messi bene. Ma nel resto d'Italia i «bamboccioni» (termine ingiustamente derisorio) sono due su tre. Nel 2016 il 66% dei giovani fra i 18 e i 34 anni viveva ancora in famiglia. Una percentuale che nella nostra città si attesta, sempre nella fascia di età 18-34 anni, sul 48%: decisamente più basso della media nazionale e in linea con la media europea.

In termini assoluti, parliamo comunque di quasi 17 mila parmigiani, un paesone di ragazzi e giovani uomini e donne (in misura minore quest'ultime, 4% contro il 4,5% degli uomini) che fanno fatica a rescindere il cordone ombelicale con mamma, papà, fratelli e sorelle.

Il fenomeno non è nuovo: il termine «bamboccioni» fu usato per la prima volta dall'allora ministro dell'Economia Padoa-Schioppa nel 2007 e da allora è entrato nel lessico comune e perfino nella Treccani.

Tanti i motivi per i quali si resta in famiglia, e in testa c'è quello economico. La generazione dei mille euro al mese (e spesso anche meno) non può permettersi affitti, e tantomeno mutui. Ammesso che un lavoro ci sia. Perchè se si deve saltellare da un impiego precario all'altro, la prospettiva di metter su casa diventa un salto nel buio.

Si resta in casa anche perchè ci sono genitori anziani che necessitano di aiuto e cure; grandi appartamenti o villette di famiglia che è conveniente tenere solo se si dividono le spese; matrimoni falliti che causano convivenze «di ritorno» nella famiglia di origine. O perchè è più comodo: meno responsabilità, meno impegni, meno spese. Un modo, dice la sociologa Danila Bertasio, «per posticipare l'ingresso nella vita adulta».

È questo, secondo un giudice del tribunale di Modena, il caso del sessantenne di buona famiglia che non ha mai ravvisato la necessità di lavorare, che ha sempre reclamato soldi dai genitori (a volte in modo prepotente) e che ha costretto la mamma 83enne a «traslocare» in una casa di cura. La donna, malata ed esasperata, si è rivolta ad un avvocato: «Voglio tornare a casa, mi aiuti a mandarlo via».

Richiesta legittima secondo il giudice modenese, che spiega nella sentenza dello scorso primo febbraio che «con il superamento di una certa età il figlio maggiorenne, anche se non indipendente, raggiunge comunque una sua dimensione di vita autonoma». Ed è 34 anni il limite (desunto da statistiche nazionali ed europee) fissato dal giudice, oltre il quale «lo stato di non occupazione del figlio non può più essere considerato elemento ai fini del mantenimento».

Al di là del caso eclatante del figlio parassita e della madre vessata, resta il dubbio che nelle dinamiche familiari dettate dall'amore la convivenza con i figli resta sia ben tollerata, e a volte ricercata. Abbiamo paura a lasciarli andar via, questi figli precari e fragili. E forse in alcuni casi i veri bamboccioni siamo noi genitori.

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