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Aemilia

"La 'ndrangheta? Una holding che fa affari con una borghesia mafiosa"

Depositata la sentenza d'appello che lo scorso settembre ha portato alla conferma di decine di anni di condanna

28 febbraio 2018, 13:43

In Calabria si brucia il santino. E un anziano della famiglia celebra il rito. L'affiliazione alla 'ndrangheta ha il suo rituale. Ma in Emilia la mafia è diventata molto più «laica», e può fare a meno dei battesimi. Sa che ciò che conta sono gli appoggi giusti: commercialisti, politici, ma anche giornalisti e uomini delle forze dell'ordine. Una «mafia affarista», scrivono i giudici della Corte d'appello di Bologna che lo scorso settembre hanno rifilato decine di anni di carcere, con rito abbreviato, alla maggior parte dei 60 imputati di Aemilia. Una 'ndrangheta che bada (solo) al business. E va a braccetto con una certa «borghesia mafiosa» fatta da «imprenditori, liberi professionisti e politici, che fa affari con le cosche, ricercandone addirittura il contatto in ragione delle ampie opportunità offerte dall'appoggio dell'organizzazione», spiegano i magistrati nelle motivazioni della sentenza depositata ieri.

Quasi 1.400 pagine che sono una fotografia nitida e spietata. Della penetrazione della 'ndrangheta in terra emiliana e della «colonizzazione» tra gli anni '80 e '90, prima con i Dragone e poi con i Grande Aracri. Ma la mafia che non fa rumore sa comunque intimidire. Soprattutto quando gli investimenti sono milionari. Come nel caso dell'affare Sorbolo, vicenda «emblematica dell'evoluzione affaristica del sodalizio», sottolineano i giudici. (...) (L'articolo completo di Georgia Azzali è sulla Gazzetta di Parma in edicola)

Bernini: «Senza riscontro le parole del pentito». C'era anche Giovanni Bernini tra i parmigiani alla sbarra. L'ex assessore comunale, accusato di voto di scambio mafioso, aveva ottenuto in primo grado la derubricazione del reato in corruzione elettorale «semplice». Un'accusa, però, prescritta. Ma anche secondo i giudici d'appello non ci fu nessun reato di stampo mafioso. Il pentito Giglio, sentito in aula, aveva parlato di un'autorizzazione edilizia in cui sarebbe intervenuto Bernini, ma i giudici sottolineano che «non è stato possibile acquisire alcun riscontro, necessario in assoluto per tutti gli assunti del collaboratore, ma ancor più per confermare un fatto appreso esclusivamente "de relato" (e non percepito direttamente) dal medesimo».