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Il racconto della domenica

Il respiro pieno di ombre delle case abbandonate

di Anna Maria Dadomo -

01 marzo 2018, 17:55

Il respiro pieno di ombre  delle  case abbandonate

Amo le case abbandonate. Conosco il loro dolore. Muto. Composto. Anche quando il tetto è crollato, e le travi si mostrano come ossa denudate. Prima lì c’era vita. Qualcuno le abitava. E la casa nei suoi muri scrostati, nelle sue crepe, nelle sue finestre accecate ricorda le stanze, i mobili, la quiete degli oggetti. La luce. Le voci. Le stagioni passate. Amo le case abbandonate. Ho imparato ad amarle assistendo alla lenta agonia della villa che un tempo abitavo. Imprigionata, soffocata dal verde. Perché il giardino, dopo un breve momento di smarrimento, ma subito dimentico dell’antico splendore, si è lasciato andare alla crescita incontrollata delle piante, si è fatto intricato e fitto come una foresta. L’esercito dei germogli – compatto e esuberante – ha annientato i fiori, è avanzato velocemente, e adesso serra i muri della casa, li accerchia, li stringe. È difficoltoso raggiungerla. Un tempo tra me il giardino la villa non servivano parole. Uno sguardo complice ci univa. Uno stesso respiro. Era facile passeggiare nei suoi viali, sradicare un ciuffo di tarassaco, uno stolone di fragolina selvatica o di viola spuntati tra la ghiaia, togliere rami secchi caduti dai tigli, dalle robinie, fare mazzi di rose centifoglie, di filadelfo, di melograno. Era bello sostare in un suo angolo remoto o attardarsi in un’ombra profonda quasi per accrescere il piacere di sentirsi chiamare e cercare (i passi della zia sul ghiaietto del viale, dei sentieri) e affrettarsi poi verso casa, la porta della cucina aperta, il tavolo apparecchiato per il tè. La tovaglietta. Le tazzine. Il piattino con i biscotti. La torta. La zuccheriera. Dov’eri? Fuori le ombre del pergolato dell’uva bianca, un moscato dolce e ambrato, il brusio delle api. Le parole tranquille. (È successo davvero?) Adesso il giardino non riconosce più i miei passi esitanti e cauti. Ci sono insidie ovunque. I piedi incespicano nei lunghi tentacoli del glicine, della vitalba nascosti nell’erba, si arrestano davanti alle siepi impenetrabili dei rovi, ai grossi rami caduti. Cerco di aggirarli. O di aprirmi un varco con le cesoie e vincere la loro tenacia, la loro arroganza. Il getto della fontana di pietra (quanti tulipani c’erano nell’anello intorno alla vasca, quante giunchiglie e gerani) emerge dalla boscaglia di olmi e di cardi come la rovina superstite di una antico tempio. Il bosso che la cingeva intorno è morto, divorato dalle piralidi. Il pergolato del glicine è crollato sotto il peso dell’ultima neve. Anche la balaustra. E i vasi sono spaccati. E il pacciame di foglie formatosi con gli anni è così spesso e compatto che vi crescono erbe come in un prato e gli uccelli vi frugano in cerca di cibo. Finalmente le sono davanti. Mi fermo vicino ai suoi muri ingialliti, gonfi di umidità. Le persiane chiuse. Ci sono ragnatele tra i listelli e alcune, spesse di polvere e calcina, pendono pesanti come vele lacerate. Lo zerbino davanti alla porta è ricoperto di muschio. È tanto che non entro. Non lo farò neppure questa volta. Non ho più la forza per sopportarne lo sfacelo. Penso alla sua solitudine. Al freddo e all’ombra che l’abitano. Chi più ricorda com’eri? Le stanze ordinate e quiete. L’odore della cera d’api per i mobili. I parquet lucidi e ingrassati. Noi che l’abitavano. Le nostre voci. Lascio cadere i fiori raccolti davanti alla porta chiusa. Come davanti a una lapide. Sono stanca d’amarti. Stanca. È solo nel dolore che ormai ti riconosco.