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Il racconto della domenica

Quel freddo inesorabile che pungeva la pelle

di Marta Silvi Bergamaschi -

04 marzo 2018, 14:25

Quel freddo inesorabile  che pungeva la pelle

Era freddo, un freddo che pungeva la pelle. Eppure la signora, appassita e serena, stava seduta davanti al bar. Un morbido cappotto nero la copriva fino alle caviglie. Ordinò, tra nuvolette di freddo che le uscivano dalla piccola bocca infantile, la solita cioccolata con panna. La signora osservava la via dove ragazze e ragazzi passavano portandosi addosso la loro consueta, disordinata ineleganza. Sono belli, pensò. E lo vide arrivare. Alto, biondo, l'andatura distrattamente dinoccolata. «Ciao zia, elegantissima e sufficientemente assente da attirare l'attenzione. Sei un'inguaribile civetta. E lo sai». Sedette, i grandi occhi ridenti e pure appena un poco smarriti, le labbra sottili, tirate in un difficile sorriso. «Certo che lo so. E' l'ultima carta che mi rimane. La gioco. Finzione. Eppure favorisce un grande rispetto. Ipocrisia? E che importa!». Legge nei miei pensieri come una veggente, pensò il giovane, è sempre così noiosamente sicura! «Non capisco, disse il nipote, perché tu non abbia scelto, per i nostri incontri, uno dei bar della Piazza: vetrate tiepide, spaziose. E' inverno» «Banali», rispose la zia «là vanno sempre le solite, note persone: qui...». «Idem», replicò il nipote con un moto insofferente. Giunse la cioccolata con panna. «E tu - chiese la signora - che cosa gradisci?». «Un doppio caffè corretto - rispose il giovane rivolto al cameriere. Un cucchiaio di panna sfiorò con comprensione le labbra della zia. Sembrava, il loro, un rapporto forzato di convenienza. «Sei sempre così... come dire... gentile. Sarai tu che proteggerai la quasi anziana zia?». Le labbra dischiuse, gli zigomi accarezzati da un insolito rosato colore, continuava a immergere nella tazza il cucchiaio, mentre un sorriso ambiguo le scivolava sulle labbra, come un brivido freddo. Si chiamava Luna. E davvero il nome le andava a pennello. Sembrava immersa, estate e inverno, in un alone di luna. Matta zia, vagamente intellettuale. Buona? E che significa buona? Il nipote cercava d'interpretarla, come s'interpreta un libro. Lei, gelosamente, si presentava con caratteri minuscoli, indecifrabili. Lontana e dolce, in una incantevole atmosfera intenzionale, molto spesso muoveva le labbra in un remoto, misterioso mormorio. «Parlami del tuo lavoro» chiese improvvisamente al nipote. Un brivido percorse la schiena del giovane. «Il mio lavoro? Squallido.. direi; non certo il lavoro che avevo sognato. Una laurea inutile e un lavoro in banca». «Ancora la banca» disse pensosa la zia. «Comunque, con i tempi che corrono.. Certo occorre dimenticare Brecht e le sue intuizioni». Era sempre stata generosa. Soltanto da poco pareva nascondere qualcosa di esclusivamente suo: isteria, pensò il nipote, è ricca e terribilmente sola. Ma la sua perenne, diafana maschera raramente si abbassava. Ora pareva volergli confidare un segreto, tra un cucchiaio e l'altro di cioccolata. Le lunghe mani bellissime, dove gli anelli danzavano larghi tra le dita affusolate, esprimevano il desiderio di confessagli... che cosa? La maschera cadde: erano le diciassette e oltre la splendida cupola di chiesa già calava il rosso innocente del sole invernale. Fu allora che la zia disse, adagio, con un gusto improvviso per le sillabe che le rotolavano in bocca come caramelle. «Mi sposo, sposo un uomo ricco e abbastanza giovane, vedovo, padre di due splendidi ragazzi. A primavera. E febbraio sta già per finire. Figurati!».