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L'ADDIO A NECCO

C'era una volta l'Italia di 90º minuto. Fra campanili e strafalcioni

Quei volti, maschere di una rinnovata commedia dell'arte, entravano nelle case di tutti gli italiani

di Roberto Perrone -

14 marzo 2018, 12:17

Chiedimi cos’era 90° minuto. Parafrasando la canzone di Dalla-Morandi-Curreri, “Chiedi chi erano i Beatles”, che ragionava sui miti del nostro passato spiegati ai giovani, in morte di Luigi Necco, giornalista napoletano, volto famoso della Rai, scomparso a quasi 84 anni, ricordiamo una stagione indimenticabile del calcio, della televisione e della cultura italiana, quella di 90º minuto.

Necco ha raggiunto nella Spoon River di 90° Maurizio Barendson e Paolo Valenti che idearono (con Remo Pascucci) il programma e lo condussero, insieme, dal 27 settembre 1970 al 1976, quando rimase solo Valenti per gli anni d’oro (1990). Con loro, sulla collina, dormono Tonino Carino da Ascoli, con la sua vocina acuta e la pronuncia impossibile dei nomi stranieri; Marcello “Macello” Giannini da Firenze, burbero col vocione, una specie di Gino Bartali in salsa giornalistico-sportiva, “gli è tutto sbagliato, gli è tutto da rifare”; Piero Pasini da Bologna, vittima di un attacco cardiaco proprio allo stadio, mentre era impegnato in una radiocronaca per “Tutto il calcio minuto per minuto”.

Di quel gruppo, sono ancora vivi Giorgio Bubba da Genova che a chi gli chiedeva quale fosse la sua squadra del cuore tra Genoa e Samp rispondeva “i Vigili del Fuoco La Spezia, campioni d’Italia 1944”; Cesare Castellotti da Torino, famoso per i baffoni e le monumentali giacche color cammello che bucavano il video; Franco Strippoli da Bari che divenne sinonimo di “riporto” (“hai i capelli alla Strippoli”); Gianni Vasino da Milano che con Necco mise su un siparietto a colpi di “manite” mostrate all’uno e all’altro, dipendeva se vincevano le milanesi o il Napoli; Ferruccio Gard da Verona, ottimo pittore, che ora ritroviamo a “Quelli che il calcio”.

Su tutti vigilava Paolo Valenti, testimone spiazzato ma consapevole delle gaffe, degli strafalcioni, delle ironie, dei colpi di genio, delle sintassi traballanti. Le sue occhiate fulminanti valevano il prezzo dell’abbonamento Rai. Quello che molti ignoravano è che quasi tutti i giornalisti di Novantesimo erano prestati allo sport alla domenica. Durante la settimana facevano altro, inseguivano magistrati e politici, coprivano delitti, trovavano scoop.

Necco, tra i più colti del gruppo (realizzò oltre 300 documentari di archeologia, la sua passione), ironico e sempre alla ricerca del calembour, venne gambizzato il 29 novembre del 1981. Aveva raccontato che l’allora presidente dell’Avellino Antonio Sibilia e il brasiliano Jaury, andarono a omaggiare Raffaele Cutolo, capo della Nuova Camorra Organizzata durante il suo processo.

Novantesimo minuto, prima in lettere, poi in numero, fu uno dei grandi programmi della Rai del monopolio. “Non è mai troppo tardi” del maestro Manzi contribuì all’alfabetizzazione del Paese, 90° minuto cambiò il modo di vivere il calcio la domenica e insegnò agli italiani una serie di espressioni: la barba al palo, la partita dai due volti, il risultato a occhiali.
Una generazione intera cambiò abitudini. Alle 17.45/18 dovevamo essere tutti davanti a un televisore. Valenti e la sua banda non cucivano solo le fasi salienti delle partite, erano maschere di una commedia dell’arte. Recitavano a soggetto raccontando non solo il calcio, ma anche l’Italia che stava alle loro spalle. Spesso in carne e ossa, con i tifosi abbarbicati all’uomo con il microfono, gli occhi fissi nelle telecamere. Una volta, proprio a Necco, ad Avellino, urlarono una parolaccia che attraversò l’etere. Uno scandalo. Ora non se accorgerebbe nessuno. Si sentivano i dialetti, emergevano le diversità. Era una sorta di Campanile Sera, altro storico programma Rai (un quiz), in cui ognuno tirava l’acqua al proprio mulino, ma senza arroganza. Lo rimpiangiamo? Forse rimpiangiamo gli anni della nostra giovinezza. Diciamo che ricordiamo con affetto 90° minuto e la sua banda di provincia, ruvida e ruspante.
I servizi sportivi di adesso, dai giornalisti alle riprese, dal suono all’immagine, sono in HD, in tutti i sensi. Alle spalle, però, gli occhi di chi guarda in camera sono pessimisti e incattiviti.

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