Sei in Archivio

INTERVISTA

Antonio Polito: «Riprendiamoci i nostri figli, il duro mestiere di noi genitori»

di Patrizia Ginepri -

28 marzo 2018, 19:53

Quanto è difficile, oggi, educare i figli. I genitori sono soli, senza alleati, in una società «liquida» che non ha punti di riferimento. «Noi diciamo ai nostri figli di studiare e la scuola li promuove anche se non studiano. Noi ci raccomandiamo di non fare uso di droghe e le star dei social sdoganano lo spinello libero. Noi li invitiamo a non buttare i soldi dalla finestra e i loro amici comprano tutto ciò che vogliono. Noi insistiamo perché leggano e la Tv li spinge a tornare analfabeti».

Scrive così nel suo libro «Riprendiamoci i nostri figli. La solitudine dei padri e la generazione senza eredità» (Marsilio Editore), il giornalista Antonio Polito, vicedirettore del «Corriere della Sera» che stasera alle 21 sarà a Parma per presentare il volume al Palazzo del Governatore.

Davanti all'urgenza di rifondare l'autorità dei genitori, la soluzione, per Polito, sta forse nel tornare al più classico dei compiti: trasmettere cultura, esperienze e valori. Non ci si può dimettere da genitori, esorta l'autore e cita Natalia Ginzburg: «Quello che deve starci a cuore, nell’educazione dei nostri figli, è che non venga mai meno l’amore per la vita».

Perché dobbiamo riprenderci i nostri figli?

I genitori migliori sono rimasti soli, perché tutte le altre agenzie educative propongono modelli alternativi che li contraddicono, parlano un'altra lingua, dettano altre priorità. La perdita di autorità riguarda tutti i punti di riferimento: scuola, religione, politica, scienza. Siamo nell'era dei social, dell'individualismo, del narcisismo imperante.

Senza alleati come si fa?

Il rischio è quello di sbagliare o per eccesso o per difetto: lasciando correre oppure diventando troppo autoritari. Spesso anche la famiglia commette gravi errori, importando stili di vita che ne minano il ruolo. I genitori devono smettere di interpretare la parte dei fratelli maggiori e degli avvocati difensori.

Lei ha detto che il suo libro non è un manuale sull'educazione dei figli, cosa intende?

Siamo su un altro piano. Dobbiamo riaprire una vertenza, allearci, combattere una battaglia culturale nella società per mettere in campo criteri educativi condivisi.

La tecnologia è colpevole?

Siamo nel 2018 e i nostri figli sono di questa epoca, non esiste una via d'uscita all'indietro, ma al tempo stesso ritengo che la battaglia non sia persa. A Modena, qualche tempo fa, si è scoperto che un gruppo di ragazze preadolescenti si scambiavano foto intime nel gruppo WhatsApp. Come spesso accade, c'è stata una falla nel sistema e queste immagini sono diventate pubbliche. Tutti si sono chiesti come fare per proteggere la privacy. Nessuno si è domandato perché ragazze di 12-13 anni si scambiano foto del genere. Il problema non è la tecnologia, ma la cultura della nostra epoca.

Che cosa non ha funzionato?

Nell'occidente esiste un vecchio processo culturale, fin dai tempi di Jean Jacques Rousseau. Con l'Émile, passò l'idea che il giovane non è ancora corrotto dalla società e tale deve restare. Quell'utopia oggi si realizza grazie alla rete, ai social, nella convinzione che si possa fare a meno dell'educazione perché la si raggiunge individualmente, senza intermediari, senza il passaggio di valori e di saperi da una generazione all'altra.

La mission è trasmettere un patrimonio morale, con l'esempio. Ma non tutti i contesti sono uguali...

Negli ambienti dove c'è meno conoscenza e meno sapere, è minore anche la consapevolezza. Tanti genitori non si pongono il problema perché hanno altro da fare, oppure sono stati già conquistati completamente da questa società.