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IL DISCO

Quello "straniero" di Cat Stevens

di Michele Ceparano -

30 marzo 2018, 22:35

“Foreigner”, settimo lavoro in studio pubblicato 45 anni fa da Cat Stevens, segna una sorta di tentativo dell'autore di  emanciparsi dallo Stevens delle ballate e delle fiabe, presentando  un altro modello di artista. “Foreigner”, datato appunto 1973, arriva dopo “Catch bull at four”, un disco che lo aveva visto raggiungere la vetta delle classifiche americane e il secondo posto in quelle inglesi. E' inoltre uno dei suoi progetti più ambiziosi, a partire dal fatto che il cantautore britannico, diventato dopo la conversione Yusuf Islam, si autoproduce.
Il disco ruota infatti intorno a “Foreigner suite” di oltre diciotto minuti, quella che dà il titolo all'album e che, come andava piuttosto di moda a quei tempi, occupa un intero lato dell'lp. Va aggiunto che l'album non scaldò del tutto il cuore della critica. Qualcuno giudicò questo lavoro, dal punto di vista artistico, addirittura “l'inizio della fine”. Forse un giudizio un po' affrettato. Piacque invece molto ai fans, così come accadde l'anno dopo per “Buddha and the chocolate box”, che contiene perle come “Oh very young” e “Home in the sky” e la sua indimenticabile invocazione alla musica (“Music is a lady that I still love etc.). Questo comunque non è  più lo Stevens degli album da “Mona Bone Jakon” in avanti. Ma come si poteva restare a quei livelli? “Foreigner”, per giocare con il titolo, è comunque un po' “straniero”, sicuramente rispetto alla produzione precedente.
La svolta meno acustica di Stevens, che non fu apprezzata da tutti, iniziata con “Catch bull at four”, con “Foreigner” entra nel vivo e proseguirà con “Buddha and the chocolate box”. Il Cat Stevens che giganteggia nel lato A di “Foreigner” non concede quasi più nulla alle atmosfere fiabesche di lavori come “Tea for tillerman” e “Teaser and the firecat”, che restano forse tra i suoi dischi più amati. Il timbro con cui “irrompe” nella suite è secco, a volte come uno schiocco di frusta. Il pezzo è lungo, così come sono lunghe le parti cantate.
“The hurt”, prima del lato B è invece una sorta di ritorno a casa. Si torna infatti nel solco della grandi ballate che hanno reso Stevens un'icona del rock-folk. Questo brano fu uno dei più apprezzati. “How many times” è un crescendo, che strizza l'occhio, in un certo senso, alla musica sinfonica. Da scoprire (o riscoprire)  “Later”, in cui il leone ruggisce accompagnato dal coro, e che contiene qualche momento davvero difficile da non apprezzare. La chiusura è affidata a “2000 I dream”, forse il momento più debole.
Insomma, chi ascolterà “Foreigner” non troverà il caro, vecchio Cat, quello di “Lady d'Arbanville”, di “Longer boats” o “Moonshadow” - sono state citate  tre canzoni così, quasi a caso, secondo il gusto dell'autore di questo pezzetto, perché altrimenti se ne sarebbero dovute ricordare almeno una ventina - e non troverà neppure una delle sue mitiche copertine, come quella di “Tea for tillerman”  o di  “Teaser and the firecat”. Il suo stile infatti è cambiato.  E' un altro Cat. Ma vale comunque la pena di ascoltarlo.