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Il racconto della domenica

Le zitelle e le operaie

08 aprile 2018, 16:26

Le zitelle  e le operaie

La tranceria Mossini era una fabbrica dove si lavorava il compensato, le maestranze erano prettamente femminili.
Tutte donne di giovane età. Quando suonava la sirena di uscita, le vedevi in gruppo abbracciate, e canticchiavano. Era la fine di una faticosa giornata di lavoro, nel cuore avevano tante speranze di vita. Toglievano quel grembiule grezzo di colore grigio, uguale al fazzoletto che portavano sul capo, e si facevano carine perché, fuori, le attendevano i fidanzatini.
Sentivi le loro voci che scherzavano: «Bruna, ti aspetta Fiorello...».
E tutte in coro: «Fiorin Fiorello l'amore è bello vicino a te...».
Noemi, la Gina e le altre salivano sulla canna delle biciclette dei loro ragazzi, e via a cercare un posticino nascosto per scambiarsi un bacio. Sola dinanzi alla fabbrica era rimasta Giovanna: già da qualche sera aspettava impaziente Luigi che le aveva dato buca.
Non riusciva a capacitarsi di quell’assenza, da un po’ di tempo erano molto legati da un po'. Dopo una settimana lo vide arrivare ansimante. Si abbracciarono e il ragazzo, scusandosi, le disse tutto d'un fiato: «Mi è arrivata la cartolina per il servizio militare, non sapevo come avresti accettato questa notizia».
Giovanna e Luigi decisero che alla prima licenza si sarebbero sposati. Una storia che si concludeva con un lieto fine. E tutte le ragazze lo sognavano, sempre prendendo ogni cosa con allegria.
In paese c'erano anche altre giovani che, invece, prendevano la vita con una serietà che non si addiceva alla loro età. Avevano studiato e le tre famiglie del paese erano orgogliose di loro: le maestrine. Uscivano la mattina tutte impettite, rigorosamente vestite con tailleur, camicetta bianca e cappello di feltro nero. Terminate le lezioni, però, non avevano i ragazzotti fuori che li aspettavano.
Forse qualcuno avrebbe anche azzardato, ma le signorine avevano altre pretese. Guardavano in alto: il medico, l'avvocato... Questi, però, non si accorgevano delle maestrine: erano più attratti dalle ragazze semplici e bellocce della tranceria. Le vedevano più disinvolte, alla domenica nella balera, mentre si stringevano ai loro filarini.
Alle maestrine, ormai, avevano appiccicato un nomignolo: le zitelle. Sembrava proprio che per loro non ci fossero speranze di accasarsi. Troppo compite, troppo investite del loro ruolo. Soltanto una di loro, la Marina, aveva capito che la vita era fatta anche di allegria.
Andava a farsi confezionare gli abiti dalla mamma della Gina, operaia alla tranceria, e ascoltando i discorsi della ragazza sempre gioiosa si convinse a farsi corteggiare da un giovane che le piaceva. Non aveva un diploma, ma era un bravo ragazzo e aveva un lavoro più che dignitoso: impiegato alle Poste. Bello, biondo, giovane, e le aveva già detto: «Ti amo». Le sue colleghe, le zitelle, avrebbero invidiato la sua felicità. Adesso era più vicina alle semplici operaie della tranceria.