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L'ESPERTO

Consegne a domicilio: un contratto per i rider al momento non c'è

Fare consegne in città? Una nuova opportunità di lavoro soprattutto per i giovani. Le garanzie però sono poche: proviamo a farci un'idea

di Pietro Boschi * -

29 aprile 2018, 13:46

  il quesito  

Avrei la possibilità di lavorare come rider per consegne a domicilio ma mi pare di aver capito che le garanzie per questo genere di lavoro siano minime. Esiste un contratto a cui fare riferimento?
R.G.


Un contratto non è ancora all'orizzonte. Si cerca, tuttavia, di mettere mano alla questione ponendo qualche paletto. La scorsa domenica i rider italiani e il Comune di Bologna hanno danno vita a quella che assomiglia ad una prima «carta dei diritti» della gig economy: l’economia dei lavoretti, esplosa grazie ad app per la consegna di cibo (Foodora e Deliveroo), trasporti (Uber) o qualsiasi servizio a portata di clic. Una paga minima adeguata, stop al cottimo, coperture assicurative, indennità meteo e trasparenza nei contratti. Sono questi i punti fondamentali della carta. Per la prima volta una città in Italia prova a fissare una serie di tutele per chi opera per conto delle piattaforme online.

UN PROBLEMA EUROPEO
Su scala europea, intanto, il tentativo di far ordine nel settore si è già tradotto in un riconoscimento ai gig-worker intrappolati nella zona grigia fra lavoro autonomo e subordinato, vecchi contratti e nuove forme di impiego. La Danimarca è appena diventata il primo paese Ue a registrare l’equivalente di un contratto collettivo nazionale per i cosiddetti giggers, caso unico su scala continentale. L’accordo è nato sotto forma di un patto fra Hilfr, una startup danese che mette in contatto proprietari di casa con addetti alle pulizie, e il sindacato nazionale 3F. Il nuovo contratto verrà sperimentato per un periodo di prova di 12 mesi, a partire dal primo agosto 2018, su tutti i 450 lavoratori che forniscono un servizio veicolato dal circuito della app.

I PRECEDENTI
In Belgio, a inizio marzo, la Commissione administrative de règlement de la relation de travail ha stabilito che il rapporto tra un fattorino e Deliveroo non può essere definito come lavoro autonomo. A dicembre anche l’ispettorato del lavoro di Valencia, in Spagna, aveva stabilito che la qualifica dei rider di Deliveroo «nasconde in realtà un rapporto di lavoro dipendente». L’Austria invece si è limitata a dare ai lavoratori di Foodora il diritto a costituire una rappresentanza sindacale in azienda. Nessuna sentenza è arrivata finora dalla Germania, dove però i fattorini vengono assunti come subordinati con la formula dei mini-job, quindi con salario e tutele minime.

PAGHE DIVERSE
Decisioni di segno opposto arrivano invece dalla Francia, dove i fattorini sono inquadrati come autonomi, ma - rispetto ai colleghi italiani - hanno paghe più alte (a Parigi un fattorino di Deliveroo guadagna 7,50 euro l’ora, più circa 5 euro a consegna). E dall’Australia, dove ai lavoratori di Uber è stato riconosciuto lo status di autonomi. Anche nel Regno Unito, la Central Arbitration Committee di Londra ha stabilito che i rider di Deliveroo sono autonomi, appellandosi alla possibilità che hanno i lavoratori di farsi sostituire senza il permesso dell’azienda. Clausola che in realtà quasi nessuno usa. E sempre un tribunale britannico ha riconosciuto da poco i driver di Uber come «worker», una categoria intermedia tra autonomia e subordinazione che dà diritto ad alcune protezioni come salario minimo, tutela sull’orario di lavoro e pagamento delle ferie.

*Consulente del lavoro