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EDITORIALE

Perché lo Stato ha deciso che Alfie doveva morire

di Michele Brambilla -

29 aprile 2018, 15:28

Alfie Evans è morto. Si chiude così una vicenda che solo la superficialità di tanti media ha potuto imprigionare nella solita contesa fra pro life e fautori dell'eutanasia. Quel che è successo è molto più profondo e molto più grave.
Quel che è successo infatti non è una questione di accanimento terapeutico (condannato, per chi non lo sapesse, anche dal Catechismo della Chiesa Cattolica); al contrario, c'è stato un accanimento di morte su questo piccolo di 23 mesi. Era malato di un qualcosa che neppure i medici di Liverpool, che l'hanno avuto in ospedale, hanno saputo capire e denominare. Eppure, pur nella totale incertezza della diagnosi, i medici si sono detti certi che Alfie doveva morire; e i giudici inglesi, di varie Corti, si sono detti altrettanto certi. Quando poi hanno staccato la spina, Alfie non è morto: la fine è avvenuta cinque giorni dopo, e qualsiasi essere umano, senza alimentazione, sarebbe morto.
Perché è stato deciso che Alfie «doveva» morire? Per risparmiare sui costi? Ma si era offerto l'ospedale del Bambin Gesù di Roma! Li avrebbero sostenuti loro, i costi: che gliene poteva fregare agli inglesi? Eppure, con mostruosa ostinazione, i giudici inglesi non hanno voluto ascoltare i genitori, lasciar loro una possibilità; hanno perfino schierato ottanta poliziotti (a proposito di costi...) per impedire che mamma e papà potessero portare il piccolo a curarsi da un'altra parte.
E allora sorge legittimo il dubbio che su Alfie si sia voluto affermare un principio: quello secondo il quale un bambino non appartiene ai genitori ma allo Stato. Era forse questo uno di quei casi in cui era chiaramente opportuno togliere la patria potestà? Ovviamente no. E', invece, che lo Stato si fa sempre più invasivo, sempre più pronto a mettere fuori gioco i genitori quando le loro convinzioni non sono allineate allo spirito del tempo, all'eticamente corretto. E così si va verso un futuro simile a quello della Fattoria degli animali di Orwell, dove i figli appartengono appunto allo Stato.
Resta, contro questo mostro, la meravigliosa testimonianza di due giovanissimi genitori, Tom e Kate. Lei è rimasta accanto al piccolo minuto per minuto. Lui si è battuto come un leone contro tutti: medici, giudici, politici, giornali. Hanno fatto i genitori. Hanno fatto i genitori in un mondo che, da decenni, ha via via sempre più distrutto il ruolo naturale di madre e padre. Del padre, soprattutto: una figura che da almeno mezzo secolo è sempre più delegittimata, deresponsabilizzata, privata di ogni autorità (e molti maschi, di questa situazione, se ne sono pure approfittati, scaricando tutto sulle donne). Ecco, questo Tom, questo di ragazzo di 21 anni, è la figura che si staglia, in queste macerie, come quella di un gigante. E' un padre. E' un uomo.
Resta anche il dispiacere, dicevamo, che troppe intelligenze che dovrebbero essere libere non hanno capito la posta in gioco, lasciando a combattere da soli, come sempre in questi casi, i cattolici. E chissà. Forse non è un caso che Alfie sia morto il 28 aprile, giorno di santa Gianna Beretta Molla, la dottoressa che donò la sua vita per permettere a suo figlio di nascere; e che sia morto anche nel giorno in cui la Chiesa saluta il mattino con il Salmo 8,3: «Con la bocca dei bimbi e dei lattanti affermi la tua potenza contro i tuoi avversari, per ridurre al silenzio nemici e ribelli».