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EDITORIALE

Un “governo di pacificazione”: necessario ma impossibile

di Vittorio Testa -

05 maggio 2018, 19:19

Potrebbe essere «fischia il veto» l’inno di questi due mesi sprecati da una politica miope e autoreferente che ha visto i due vincitori del 4 marzo, Salvini e Di Maio, interpretare il non bastante successo come un definitivo tributo personale, manco vigesse il presidenzialismo puro, rivendicando a sé la primazia di maggiore partito l’uno e di superiore coalizione l’altro: così distorcendo prassi e filosofia del sistema maggioritario, qual è sostanzialmente il nostro, ponendo d’acchito una serie di veti e condizioni irrinunciabili: la pretesa di Di Maio di essere premier ed escludere come appestati Berlusconi e Forza Italia; il diktat di Salvini rivendicante l’incarico governativo al centro-destra e il diritto di ostracizzare il Pd. Prima di finire nel vicolo cieco, per qualche giorno entusiasticamente attraversati dalla fregola del potere, quella «brennite» che spinge al saccheggio, i due si sono spartiti poltrone e presidenze a cominciare da Camera e Senato. E a un certo punto l’accordo sembrava questione di ore: ma non avevano fatto i conti con Berlusconi il Combattente per antonomasia, lesto a bloccare Salvini sulla via di Di Maio. Il quale, come se niente fosse, munito dello stesso identico programma, si dedicò anima e corpo a sollecitare il Pd. Dopo avere per anni promessa una palingenesi epocale in grado di spazzar via i partiti del male, cioè tutti, ecco il leader M5S fare gli occhi dolci agli uni e agli altri, di colpo degni arruolabili alleati del bene, a condizione, beninteso, che gli riconoscessero il diritto alla poltrona di presidente del Consiglio (Democratici o Lega purché cedano la cadrega).
Una linea ambigua, quella di Di Maio, che domenica scorsa ha pagato dazio nelle elezioni regionali friulane, con il Movimento 5 Stelle amputato di 140mila voti rispetto alle politiche del 4 marzo.
E con la Lega di Salvini, sempre più considerato dagli elettori del Nord uno spiccio demiurgo, in fortissima ulteriore ascesa.
Il problema nazionale però si è fatto assai complicato. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha davanti a sé lo stesso panorama politico di due mesi fa. Esploratori e pontieri, Elisabetta Casellati, Roberto Fico, son tornati sul Colle con il carniere vuoto.
Da ultimo ci ha pensato Matteo Renzi a bloccare un Pd tentato dalla sirena grillina. Dirimpetto, nel centro-destra, Silvio Berlusconi spinge perché Salvini riesca a ottenere da Mattarella l’incarico per cercare una maggioranza spuria – deputati e senatori contrari a elezioni anticipate – ma solida. Difficile, a meno che Renzi non garantisca l'appoggio esterno di una parte del Pd.
Ancora più difficile, perché Salvini testardamente ripete l'invito a Di Maio per un governo ponte fino a dicembre che prepari le elezioni anticipate. Un ceto politico illuminato unirebbe tutte le forze in un governo d’emergenza, di pacificazione.
Improbabile che lunedì Mattarella possa constatare un simile miracolo di buonsenso.
vittorio.testa@comesermail.it