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EDITORIALE

Ma chi si credono (e ci crediamo) di essere?

di Michele Brambilla -

06 maggio 2018, 14:57

Ma chi si credono (e ci crediamo) di essere?

Due mesi fa, all'indomani delle elezioni, avevamo scritto che – in mancanza di vincitori chiari – i leader dei partiti avrebbero dovuto rinunciare ciascuno a qualcosa di sé in favore del bene comune, cioè di un governo che affrontasse i (non pochi) problemi dell'Italia. Non avevamo fatto i conti con quel vocabolo attorno al quale ruota tutto: sé.
Il vero ostacolo insormontabile si è rivelato proprio quello: nessuno rinuncia a qualcosa di sé. L'io, anzi l'Io, è il totem sacro che impedisce qualsiasi forma di collaborazione, di accordo, addirittura di relazione con l'altro. Troppi protagonisti di questo squallido stallo politico hanno dimostrato di avere una formidabile concezione di sé. «Renzi ha un ego smisurato», ha detto il trentunenne Di Maio; il quale, a sua volta, ha posto come condizione irrinunciabile il fatto che «il premier devo essere io». E lo stesso si potrebbe dire per tanti altri leader di partito. Io, io, io.
Ma lungi da noi accodarci alla retorica del «colpa dei politici». La verità purtroppo è che la sovrastima del proprio Io è una condizione molto diffusa, che ci colpisce tutti. Ciascuno di noi pensa, ritiene, pretende di avere sempre ragione e mai torto, tanti diritti e nessun dovere. Si vive di disaccordi non solo a Roma, ma nella vita di ogni giorno di ciascuno di noi: noi che abbiamo dimenticato, da un pezzo, il fatto che non ci siamo neppure fatti da soli.
michele.brambilla@gazzettadiparma.it