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EDITORIALE

Governo, solo chiacchiere. E gli impegni del Paese?

di Domenico Cacopardo -

07 maggio 2018, 16:49

Governo, solo  chiacchiere. E gli impegni del Paese?

La sindrome di Dunning-Kruger è una psicopatologia consistente in una distorsione cognitiva per la quale un individuo ignorante in un campo sopravvaluta le proprie capacità, ritenendosi, a torto, esperto in materia. Uno stato, questo, ben applicabile all’attuale commedia italiana, giocata tra la farsa e la tragedia, in scena sui palcoscenici romani. Oggi, con il terzo – ultimo? - giro di consultazioni, il presidente della Repubblica avrà un quadro aggiornato delle posizioni dei partiti rispetto all’esigenza di dare un governo al Paese. Esaminando i giornali e seguendo radio e televisioni, sembra che nessuno dei protagonisti di queste settimane ponga avanti a sé le questioni che urgono per l’immediato futuro della Nazione. Che, anzi, girano (soprattutto Lega e 5Stelle) intorno a diversivi inattuabili e autolesionistici (dall’abolizione della Fornero al reddito di cittadinanza per non parlare dell’illegale referendum sull’Europa prospettato da Grillo). Perciò, riassumiamo gli appuntamenti in scadenza, tenuto conto che siamo in contesto di relazioni e di trattati liberamente sottoscritti, alcuni addirittura costituzionalizzati, da cui non è tecnicamente possibile svincolarsi, almeno in tempi brevi.
Per comodità, ci riferiamo a due generi di impegni, interni ed europei. I primi sono sostanzialmente due, con una derivata critica. Deficit di bilancio e debito pubblico.

La derivata è il possibile aumento dell’Iva e delle accise, automatico sulla base di una legge del governo Berlusconi (2011) in caso di sforamento degli obbiettivi. Per evitare che scatti, il governo dovrà trovare oltre 12 miliardi di euro.

Sul fronte europeo, ecco gli appuntamenti cruciali. Per l’Italia più cruciali che per gli altri. Il primo: l’aggiornamento del Trattato di Dublino sugli immigrati. Lo capisce anche un bambino che è necessario un adeguato lavoro diplomatico per cercare un maggiore impegno comunitario. Il secondo: un nuovo accordo sulla gestione del sistema bancario europeo con la creazione di un fondo comune di garanzia. Oggi, per entrare nel sistema sembrano stabilite due condizioni: un modesto plafond di titoli di Stato (le banche italiane ne traboccano), un limite alle sofferenze (in Italia ben più elevate che altrove per l’inefficienza - imputabile al sistema giudiziario - del recupero crediti: 1120 giorni contro i 429 della Francia). Su entrambi i fronti siamo fuori. E le carte degli «sherpa» comunitari dicono che di noi si parlerà dopo il 2030. Il terzo tema è il rilancio dell’eurozona (in programma per fine giugno) con la definizione delle due velocità. Da marzo manca un interlocutore italiano che si batta per mantenerci nel gruppo di testa.

Danni sono già consumati. Il più grave è la perdita di una credibilità conquistata a caro prezzo. Metterci una pezza è urgente e vitale. Soprattutto per i ceti popolari che pagherebbero il prezzo maggiore degli errori politici.
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