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Vacanze

La montagna allena le gambe e i globuli rossi

Uno studio Usa rivela: «Scarpinare ad alta quota ha effetti positivi e duraturi sull'ossigenazione»

di Monica Rossi -

07 maggio 2018, 20:02

La montagna allena le gambe  e i globuli rossi

Pochi giorni in montagna sono un toccasana per ricaricare le pile. Lo sanno bene gli amanti dello sci e del trekking. Ma vi siete mai chiesti perché dalle vette si torni rigenerati? Non è solo perché ci allontaniamo dal caos cittadino. C’è una motivazione scientifica, come spiega una ricerca della statunitense «Altitude Research Center»: l’alta quota migliora i globuli rossi, che incrementano la capacità di trattenere l’ossigeno e trasportarlo ai tessuti.
«La risposta del sistema cardiocircolatorio all’altitudine è una riduzione della “volemia”, cioè della componente plasmatica del sangue - spiega Mario De Blasi, direttore della cardiologia territoriale dell’Ausl di Parma - La volemia si riduce nelle prime ore fino al 25%: la riduzione della parte fluida del sangue comporta un aumento della densità dei globuli rossi e quindi dell’emoglobina, con maggior trasporto dell’ossigeno. L’organismo però paga un prezzo: la diminuzione della gittata cardiaca, cioè della quantità di sangue espulsa in ogni battito. Diminuisce quindi la tolleranza agli sforzi: per compensare, il cuore deve battere più rapidamente».
Secondo De Blasi, la scoperta che dopo questa fase iniziale vi sia una modificazione rapida dell’emoglobina in grado di migliorare la capacità di veicolare l’ossigeno è molto interessante. «Finora infatti - spiega - si pensava che vi fosse solo l’incremento del numero dei globuli rossi, stimolato dalla produzione di eritropoietina, (l’ormone glicoproteico che regola l’eritropoiesi, cioè la produzione dei globuli rossi da parte del midollo osseo, ndr), come adattamento all’altitudine».
Perché il nostro organismo tragga vantaggio dall’eritropoiesi, occorre «scarpinare» in vetta con regolarità. «L’incremento dei globuli rossi arriva a regime dopo sei settimane dall’arrivo in quota - dice De Blasi -. Tuttavia l’ipotesi, ancora oggetto di studio, è che i globuli rossi già presenti riescano ad adattarsi al deficit di ossigeno. In sostanza, andare periodicamente a fare escursioni ad alta quota determinerebbe modificazioni stabili e positive dell’emoglobina con un miglioramento dell’ossigenazione che si manterrebbe nel tempo».
L’attività fisica ad alta quota, poi, porta con sé altri benefici. «Dopo un periodo di adattamento e allenamento, vi è un aumento sia della ventilazione polmonare sia della capacità di utilizzazione dell’ossigeno a livello muscolare».
Attenzione, però: l’alta montagna va presa con le pinze. «Le attività ad alta quota sono riservate ad atleti sani e senza patologie cardiovascolari - raccomanda lo specialista -. Chi presenta malattie cardiache, a partire da quella coronarica, o fattori di rischio come ipertensione o diabete deve affrontare la montagna con prudenza. Per quanto non comporti variazioni significative dell’ossigenazione fino a 1700 metri di altitudine, va detto che anche a queste altezze vi può essere un aumento dei valori di pressione».
Chi è cardiopatico, dunque, ma non ha sintomi, può andare in montagna a quote medie. «Naturalmente è necessario proseguire le terapie, si deve monitorare la pressione ed è raccomandato affrontare l’attività fisica con prudenza e gradualità - conclude De Blasi -. La comparsa di affanno, batticuore o dolori al petto consigliano di sospendere ogni sforzo e sottoporsi al controllo medico».