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EDITORIALE

Una donna alla presidenza del Consiglio: perché sì

di Anna Maria Ferrari -

09 maggio 2018, 16:36

Dopo aver incontrato leader in giacca e cravatta, pare che il presidente Mattarella stia pensando anche a una donna come presidente del Consiglio. Già si fanno i primi nomi. Le donne (non tutte, certo) non sono granché interessate al potere. Hanno un’atavica propensione alla cura degli altri: il passo verso il bene comune è breve. Allora giusto ipotizzare, a Palazzo Chigi, una donna con le carte in regola, con una storia che testimoni un percorso di valore e non messa lì dal capo di un partito.
Sarebbe un segno di rottura con i giochetti di potere maschili visti finora. Non si tratta di quote rosa, che spesso suonano come un contentino obbligato, seppure importante per produrre innovazioni sociali. Si parla di tetto di cristallo: perché, a 70 anni dal voto a tutte, l’esclusione dai ruoli apicali esiste ancora, in Italia. In Europa, molto meno: pensiamo a Angela Merkel, a Theresa May. E’ il momento di cambiare, anche se forse la legislatura sarà brevissima, anche se la missione sembra impossibile: agli ostacoli ci siamo abituate, perché non provare?
Cosa fa paura, anche alle donne? Di buoni esempi ne abbiamo avuti. Tina Anselmi, prima donna ministro, pose la pietra miliare del sistema sanitario nazionale. Angela Cingolani, donna costituente, in Parlamento, nel 1945, fu accolta da commenti misogini: “Peggio di quel che nel passato hanno saputo fare gli uomini non potremo fare”, disse soltanto. Parole profetiche. E rivolgendosi alle donne: “Venite e non aspettate il tempo, che il tempo non aspetta noi”.