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EDITORIALE

«Nome terzo» Il rebus per Lega e M5S

di Luca Tentoni -

12 maggio 2018, 15:40

Nella storia politica italiana i momenti di forte discontinuità rispetto al passato sono stati rari. Per questo, quando si analizzano gli avvenimenti di questi giorni, la memoria torna al 1994, quando si insediò quell'«oggetto misterioso» che fu il primo governo Berlusconi. Per la prima volta gli ex missini (in viaggio verso An), i leghisti e il nuovissimo partito "azzurro" del Cavaliere entravano nella cosiddetta "stanza dei bottoni" (termine coniato da Nenni negli anni Sessanta ai tempi del centrosinistra, salvo poi accorgersi che i bottoni del potere non ci sono, o non sono poi tanto efficaci). Anche allora si parlava di garanzie da dare ai nostri alleati europei e occidentali. C'erano poi perplessità sui ministri: Previti, avvocato di Berlusconi, finì dalla Giustizia alla Difesa per intervento del Quirinale. Anche la figura del presidente del Consiglio era vista con un certo sospetto, in Italia (fra gli oppositori) e all'estero. In effetti, quel governo (che durò sette mesi) fu la prova generale del decennio berlusconiano, ma insegnò molto a tutti i protagonisti politici. Oggi le due forze che vanno al governo non sono proprio come quelle del 1994: per il M5S è un debutto, per la Lega no, anche se il Carroccio di Salvini è ormai un partito nazionale, per certi versi lontano da quello di Bossi (il "senatur" era un tattico: sapeva - al di là delle asperità verbali - che talvolta è opportuno smussare gli angoli; le qualità del suo successore vanno invece messe alla prova).

Al Quirinale non c'è più un Presidente "interventista" come Scalfaro, ma un paziente tessitore quale Mattarella (il quale, tuttavia, ogni tanto - come nel discorso di giovedì sull'Europa - ricorda ai suoi interlocutori che c'è un arbitro, in campo); non c'è, inoltre, un leader incontrastato di una coalizione maggioritaria, ma ci sono i dioscuri (Salvini e Di Maio) di un'alleanza che dovrà essere "digerita" dai rispettivi elettorati; infine - data la scarsa praticabilità di una "staffetta" a Palazzo Chigi che potrebbe non essere rispettata, come insegna la storia - il nome del presidente del Consiglio - che nel '94 era scontato - oggi è uno degli scogli della trattativa.
Qui si arriva ad uno dei punti centrali delle negoziazioni in corso. Chi andrà a Palazzo Chigi dovrà essere un "terzo" gradito da M5S e Lega, ma non un "re travicello", perchè sarebbe un pessimo biglietto da visita per l'opinione pubblica e per i nostri partner internazionali. Però non può essere neanche una personalità di spicco, che alla lunga rischi di "mettere in ombra" Salvini e Di Maio.
Non è un nodo facile da sciogliere, nel poco tempo che resta prima di chiudere questa lunga crisi di governo.

Twitter: @LucaTentoni1