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ECONOMIA

Da Rockefeller a Buffett: il rilancio della filantropia parte dagli Usa

di Giovanni Fracasso -

16 maggio 2018, 18:19

Risultati strepitosi da Christie’s a New York per la grande asta della collezione Peggy e David Rockefeller. E non poteva essere diversamente. Sia per la grande attesa mediatica che per l’imponente tour di presentazione, da Londra a Pechino, organizzato dalla casa d’aste. Sia per la grandissima qualità delle opere esposte (con la presenza di alcuni capolavori). L’asta ha battuto quella del 2009 della collezione di Yves Saint Laurent e ha raccolto 832,6 milioni di dollari.

Tre i lavori di Picasso in asta, opere che prima di essere della famiglia Rockefeller erano appartenute a Gertude Stein: in particolare un nudo del Periodo Rosa, Fillette à la corbeille fleurie, è stato battuto a 115 mil di dollari. Il dipinto di Monet Nymphéas en fleur del 1914-17 è stato aggiudicato, dopo una lunga serie di rilanci, a 84,7 mln di dollari, comprese le commissioni. E poi opere di Matisse, Delacroix, Corot, Morandi ecc.

Tutti i dipinti proposti hanno trovato un compratore: un successo assoluto. Il ricavato dell’asta, come aveva disposto nelle sue volontà David Rockefeller, morto nel marzo del 2017, andrà in beneficenza: al MOMA, all’Università di Harvard, all’Università di Chicago ecc. Questa scelta affonda le sue radici nel modello imprenditoriale americano, con l’idea della «restituzione» alla società della ricchezza accumulata in vita: ricorda le scelte del magnate dell’acciaio Andrew Carnegie (che scrisse The Gospel of Wealth), imprenditore duro e feroce in vita, ma che lasciò gran parte del suo patrimonio in beneficenza.

Dopo la caduta dei mercati del 2008-2009, la recessione che colpisce duramente gli Stati Uniti, con il crollo delle donazioni filantropiche, Bill e Melinda Gates insieme a Warren Buffet lanciarono il progetto del «Giving Pledge», un impegno rivolto ai grandi miliardari per donare metà o più del patrimonio in beneficenza. David Rockefeller ne fu convinto sostenitore, si prodigò per diffondere il progetto cercando di costruire un ponte tra la vecchia filantropia americana - quella dei Carnegie e dei Vanderbilt - e quella nuova e coinvolgente dei coniugi Gates. Nella lettera di impegno del luglio 2010 scrisse: «I filantropi, al loro meglio, cercano di affrontare gravi problemi sociali e occasionalmente escogitare innovazioni che portano a cambiamenti duraturi. Alla fine, il successo richiede molto di più delle sole risorse finanziarie, sebbene il denaro sia, ovviamente, essenziale. Le buone idee sono altrettanto importanti; altrimenti si rischia di sprecare sia i fondi che l'opportunità. Una filantropia efficace richiede pazienza, molta pazienza, per affrontare ostacoli imprevisti; pazienza di aspettare i primi, lievi turbamenti di cambiamento; e pazienza per ascoltare le intuizioni e le idee degli altri».

Il Giving Pledge è stato il progetto che ha dato un nuovo e forte slancio alla filantropia americana. Ha creato una cabina di regia sulla filantropia, mettendo insieme le vecchie dinastie imprenditoriali con i nuovi magnati della Silicon Valley. Accanto ai coniugi Gates si ritrovano infatti Paul Allen, Larry Ellison, Michael Bloomberg, Carl Ichan, George Lucas e perfino Elon Musk e Mark Zuckerberg. Oggi oltre 130 imprenditori, non solo americani ma anche asiatici e qualche europeo, hanno firmato l’impegno a donare in beneficenza metà del loro patrimonio. E in Italia? A quando un grande «giving pledge» a favore dei musei italiani o per il FAI?