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editoriale

Salvini e Di Maio campioni d'irruenza

di Vittorio Testa -

16 maggio 2018, 16:56

Si comportano come se fossero nella pienezza del mandato di presidenti del Consiglio incaricati in coppia, Matteo Salvini e Luigi Di Maio: presiedono riunioni per stabilire il programma di governo, passano in rassegna i nomi tra i quali pescare il capo dell’esecutivo, che nella considerazione ancillare del leader pentastellato sarebbe un mero «esecutore», anziché il dominus che imprime alla squadra indirizzo politico e obiettivi dei ministri, non a caso l’uno e gli altri nominati con una sorta di battesimo laico dal capo dello Stato.

Sanno i due rampantissimi leader di compiere forzature inedite nella storia repubblicana? E’ vasto, lo spettacolo del sovvertimento di regole e prassi attuato dai dioscuri tuttofare giunti al settantaduesimo giorno di trattative che di questo passo se non altro batteranno il record di formazione del governo Amato che nel 1992 abbisognò di ottantrè giorni. Sergio Mattarella fa mostra della pazienza di due Giobbe, pur di verificare se i due partiti vincitori del 4 marzo trovino il modo di tradurre il consenso popolare in azione politica e amministrativa: una pazienza via via screziata di ansia, il tempo passa, il Paese è atteso da scadenze di importanza vitale ma il confronto tra Lega e Movimento 5 Stelle sembra procedere per sprazzi d’entusiasmo subito seguiti da incagli e disguidi, in un andirivieni al Quirinale anche l’altroieri rivelatosi inconcludente.

Annunciato con baldanzoso ottimismo come la volta buona del raggiunto o quasi accordo, l’incontro è terminato con la richiesta a Mattarella di concedere qualche altro giorno per approfondire il confronto tra le due delegazioni. Certo gli argomenti sono vitali e delicati, le tasse, la flat tax, il reddito di cittadinanza, l’immigrazione, la sicurezza, il rapporto con l’Europa: ma gli orientamenti di Lega e M5S sono di difficile coincidenza, le ore passano, Salvini comizia esaltando la buona volontà di tutti, Di Maio tesse lodi sperticate a se stesso e al movimento, dice essere imminente il varo della Terza Repubblica, che sarà una stagione felice nella quale «i cittadini faranno un passo avanti e i politici uno indietro».
Nell’attesa del migliore dei mondi possibili, il leader della Lega mostra qualche perplessità, forse si rende conto dell’azzardo compiuto, quello di aver testardamente inseguito il confronto in solitaria avventura escludente Forza Italia e Fratelli d’Italia e ora alle prese con una forza soverchiante la propria: lui al 17 per cento, Di Maio al 32 e di conseguenza legittimato a chiedere la primazia di presidente del Consiglio.
Ma oltre ai dissidi di percorso, di pareri e obiettivi da raggiungere, Lega e M5S hanno introdotto una liturgia tutta propria, tutta rivolta all’interesse di ciascuna forza: hanno preteso dapprima che si fissasse all’8 luglio la data delle elezioni anticipate, quindi, convinto Berlusconi a farsi da parte, Salvini e Di Maio si sono lanciati in quella che si sta rivelando una sorta di campagna elettorale camuffata.
Ogni giorno ha la sua novità in un cammino all’insegna dell’irritualità se non proprio della violazione della corretta prassi istituzionale: Salvini e Di Maio sembrano intendere il ruolo del presidente del Consiglio come «esecutore» di un programma stabilito dalle delegazioni di partito; programma ed «esecutore» da presentare al capo dello Stato chiamato, in sostanza, a ratificare l’uno e l’altro e provvedere a benedire la «quadra» raggiunta dai due leader, limitandosi ad accogliere il giuramento del presidente del Consiglio e dei ministri.
Ma non solo. Il programma messo a punto dai due schieramenti sarà messo ai voti dei militanti della Lega e del Movimento cinque stelle. Gazebi a iosa per i leghisti. Voto online per i grillini da parte degli iscritti alla Piattaforma Rousseau, il sistema telematico dedicato al filosofo svizzero gestito dall’Associazione Casaleggio, un ente privato. Gli iscritti risultano essere 140mila. Chiamati a scegliere il candidato premier, votarono in 37mila, 30mila dei quali per Luigi Di Maio. Come tutti i sistemi ha problemi di vulnerabilità: quali? Quanti? E’ comunque utile al movimento, gli iscritti possono inviare proposte, segnalare candidature, scegliere i candidati. Ciascuno dei 338 parlamentari pentastellati versa all’associazione 300 euro al mese. E all’atto della candidatura firma una scrittura privata nella quale si impegna a non tradire il gruppo parlamentare pena l’esborso di 100mila euro. Impegno che ovviamente non ha in realtà alcun valore, essendo che la Costituzione garantisce agli eletti piena libertà in assenza di vincolo di mandato.
Dunque il taciturno Sergio Mattarella potrebbe tra una settimana trovarsi la tavola politica perfettamente imbandita secondo menù e bon ton della coppia Salvini-Di Maio: un programma bell’e pronto da attuare, già approvato dai dioscuri e dagli stati maggiori dei due partiti, nonché «plebiscitato» da qualche migliaio di votanti in gazebo e Piattaforma Rousseau; il nome del presidente del Consiglio e quelli dei candidati più idonei ad avere l’incarico di ministro. Basta uno svolazzo di firma, presidente Mattarella, e il gioco è fatto: inizia la terza Repubblica.
A meno che – questo il sospetto che va facendosi strada – i due rampanti e spregiudicati leader non stiano recitando la commedia in chiave elettorale: nella base dei Cinquestelle cresce l’ostilità verso l’accordo con il nemico di un tempo.
Tra i leghisti l’azzimatino Di Maio è sempre più visto come un affabulatore che mira a dare 780 euro ai conterranei del Sud: Salvini, forse preso da rimorsi, è tornato ad Arcore a bussare alla porta del «carissimo Silvio», forse ha persino nostalgia della pugnace Meloni. E poi, attuare il programma di riforme e interventi vari abbisognerebbe di 90 miliardi pronta cassa… Vuoi vedere che si riforma il centrodestra trimotore e che a ottobre si torna in cabina elettorale?