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Anni di piombo

Adriana Faranda, ex Br: «Un errore scegliere la strada della violenza»

18 maggio 2018, 07:00

Pierluigi Dallapina

Sono tutti e tre seduti allo stesso tavolo, in un affollato salone «Trentin» della Camera del lavoro, quando Adriana e Giorgio ridono insieme mentre il secondo racconta di aver scambiato un ex terrorista delle Brigate rosse per un sacerdote. Ad un certo punto, quando Adriana si commuove ripercorrendo la violenza, il sangue, i lutti e il dolore che hanno macchiato gli anni Settanta, un decennio che non deve essere ridotto alla definizione «anni di piombo», Giorgio la sostiene, passandole un braccio dietro la schiena, mentre Giovanni la incita a proseguire nel racconto, infondendole il coraggio di parlare.

Per arrivare a questa intesa, per depurare dall'odio quel legame che li teneva uniti, loro malgrado, proprio dagli anni Settanta, è stato necessario un decennio fatto di mediazioni, incontri e appuntamenti che hanno caratterizzato il loro percorso nel processo di quella che viene chiamata giustizia riparativa.

Non è stato semplice smettere di odiare, perché i protagonisti di «Vivere e non sopravvivere: quando i figli delle vittime scelgono di incontrare gli ex terroristi», l'incontro organizzato ieri nella sede della Cgil, erano l'ex brigatista Adriana Faranda, che ebbe un ruolo di primo piano nel sequestro Moro, Giovanni Ricci, figlio di Domenico, l'appuntato dei carabinieri ucciso in via Fani durante il sequestro del presidente della Democrazia cristiana, e Giorgio Bazzega, figlio di Sergio, il poliziotto ucciso nel 1976 dal «terrorista rosso» Walter Alasia. Fra il pubblico era presenta anche Franco Bonisoli, terrorista delle Brigate rosse che partecipò al blitz in via Fani.

«Alla mia generazione rimprovero di non aver avuto il coraggio e l'intelligenza di sperimentare strade nuove. Abbiamo scelto la violenza, abbiamo scelto la rivoluzione come possibilità per creare un mondo nuovo e migliore, seguendo la retorica rivoluzionaria che ha contraddistinto il Novecento», afferma la Faranda, durante il dibattito pomeridiano moderato da Paolo Grossi, giornalista della Gazzetta di Parma, mentre al mattino i figli delle vittime e l'ex esponente delle Brigate rosse hanno raccontato il loro percorso di dialogo ai ragazzi del liceo «Bertolucci», nel corso dell'appuntamento ospitato dal cinema Astra.

«Il vero coraggio - prosegue Adriana Faranda - non sta nell'impugnare un'arma, ma nel rischiare percorrendo strade inesplorate. In noi c'era l'apologia di un bagno di sangue rigeneratore».

Quel bagno di sangue ha stroncato la vita a molti servitori dello Stato e ha reso prigionieri dell'odio i figli delle vittime, che hanno impiegato anni prima di avere il coraggio e la maturità per spezzare le catene di un sentimento che opprime.

«Qua non si tratta di buonismo, ma di far funzionare il cervello e di impedire al nostro dolore di tenere bloccato il Paese. La giustizia riparativa è stata l'unica esperienza che mi ha permesso di riavvicinarmi alla figura di mio padre e di riappropriarmi della mia vita», confessa Giorgio Bazzega, un uomo che dopo aver perso il papà a due anni e mezzo non fa mistero del carico di dolore che quel lutto gli ha provocato. «Iniziai a contenere la mia voglia di vendetta con le sostanze - ammette -. Per parecchi anni sono andato avanti imbottendomi di cocaina».

Per combattere il dolore e il desiderio di vendetta, Giovanni Ricci decise invece di studiare sociologia, convinto del fatto che «conoscere significhi creare la coscienza collettiva di un Paese».

«Mio figlio Domenico si è diplomato con una tesina intitolata “Anni di piombo, una storia senza memoria”, nella quale spiegava il perché si chiama come suo nonno», prosegue Ricci, ribadendo l'importanza di «lavorare per mantenere viva la memoria».

Massimo Bussandri, segretario generale della Cgil, afferma la necessità di «una riflessione sulle drammatiche conseguenze dell'uso della violenza nel contesto della lotta politica», mentre per Max Ravanetti, funzionario della Cgil appassionato di storia di anni di Piombo, «appuntamenti come questo forniscono un contributo alto, perché permettono di parlare di quel periodo senza filtri».

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