Sei in Archivio

EDITORIALE

Mattarella verso la scelta di un premier «politico»

di Vittorio Testa -

18 maggio 2018, 17:19

E’ la consapevolezza di essere chiamato a un compito difficile, a gestire una svolta politica epocale, che alimenta nel presidente della Repubblica una pazienza e una disponibilità all’ascolto spesso scambiate per eccessiva prudenza o addirittura per timorosa rinuncia a far valere le prerogative connesse al ruolo di garante delle istituzioni. Trentuno consultazioni in settantaquattro giorni: quello di Sergio Mattarella è un autentico record colloquiale al quale è stato costretto soprattutto dalla coppia Salvini-Di Maio le mosse dei quali hanno di fatto sovvertito abitudini e prassi di comportamento. Già se ne era avuta un’avvisaglia in febbraio, quando il leader cinque stelle aveva mandato al presidente l’elenco di quelli che sarebbero diventati ministri nel caso di vittoria alle elezioni del 4 marzo.
Che Mattarella avesse fatto sapere di non aver minimamente degnato di un’occhiata l’impropria missiva, non aveva certo disarmato Di Maio e successivamente Salvini, viste le tante irritualità che sono seguite a quella apripista. L’ultima, l’aver fatto avere al capo dello Stato la bozza del contratto sul quale stanno disputando e trattando le delegazioni di Lega e M5S. Anche stavolta il mite Mattarella si è limitato a far sapere di aver lasciata intonsa la telematica comunicazione recapitatagli dai dioscuri con il tono sbrigativo di chi si rivolga a un ufficio notarile per un rogito.
Contratto che in questi giorni sarà sottoposto al giudizio di militanti leghisti e iscritti cinque stelle.
Immaginiamo che il capo dello Stato approvi la bozza e questa venga poi bocciata da gazebi e Piattaforma Rousseau: sarebbe un pasticciaccio da crisi istituzionale. Altra novità: una sorta di super consiglio, composto dal premier e dai leader dei due partiti, per dirimere torti e ragioni in eventuali dissensi tra i ministri. Mattarella dovrebbe pertanto rassegnarsi a nominare un premier e un consiglio dei ministri semplici gestori del contratto e per di più sottoposti a un’istanza superiore nelle mani di due «commissari» politici.
E’ quindi più che comprensibile come al Quirinale siano giorni contrassegnati dall’irritazione di un capo dello Stato che al momento giusto esigerà un paio di cose irrinunciabili: un premier di caratura politica, Di Maio o Salvini. O Di Maio al vertice e Salvini a capo di un ministero di grande peso. O un premier di grande prestigio affiancato dai due leader vicepresidenti del Consiglio. Mattarella esige la conferma del ruolo «europeo» dell’Italia e vuole garanzie di tenuta politica: lo spauracchio è al Senato, dove Lega e M5S contano soltanto su una maggioranza risicata, sei voti appena. Lunedì sarà probabilmente il giorno fatale quando-garantiscono addetti ai lavori ben informati - chi ha scambiato la disponibilità del riservatissimo e canuto premier come debolezza e mansuetudine sacrificale si troverà davanti a un aut aut: o accettarne le scelte o lasciare il campo a un governo provvisorio che porti il Paese alle urne in ottobre.

vittorio.testa@comesermail.it