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EDITORIALE

Le gesta del trio Salvini, Di Maio, Berlusconi

di Vittorio Testa -

24 maggio 2018, 17:55

Le gesta del trio Salvini, Di Maio, Berlusconi

E’ lassù al Quirinale, con l’incarico che il capo dello Stato, Sergio Mattarella, al termine di una procedura sovvertitrice di norme costituzionali e prassi consolidate, ha affidato, probabilmente "obtorto…colle", a Giuseppe Conte, che inizia la Terza Repubblica. In un panorama politico radicalmente mutato dal risultato elettorale ma soprattutto dalle gesta del trio Salvini-Berlusconi-Di Maio, protagonisti di una battaglia iniziata con il Cavaliere e il leader leghista alleati e finita con il patto di governo tra il rampantissimo, scamiciato Matteo milanese del profondo Nord e l’azzimato Luigi capo del Movimento 5 stelle, il signore del Sud. Un’operazione che segna la fine del centrodestra: il Cavaliere che grida al tradimento cammina controvento in regresso di consensi e Fratelli d’Italia è in affanno. Salvini («Generale vittorioso che passa al nemico abbandonando le truppe»: Giorgia Meloni) e Di Maio mettono insieme un patrimonio di voti cospicuo che però garantisce una solida maggioranza solo alla Camera; e assai precaria al Senato: soltanto 6 voti oltre la quota minima. Qui si concentrerà il volume di fuoco delle opposizioni, il Pd e Liberi e Uguali, nonché Forza Italia condotta da un Berlusconi furente spettatore del verificarsi di un antico incubo che oggi suona come premonizione esatta. Già un anno e mezzo fa il Cavaliere paventava quella che definiva un’eventuale «autentica jattura»: «L’Italia di Salvini e Di Maio, un paese dal quale bisognerebbe fuggire»

La domanda sul perché mai Berlusconi si sia messo insieme a quello che definiva «uno sbruffoncello che non potrà mai essere premier» trova risposta nella senile inclinazione autoillusoria del Signore di Arcore, cui le tante vittorie ottenute hanno finito con il provocare l’intermittenza e la distorsione delle sue un tempo sensibilissime antenne di combattente e stratega geniale, oltre che seduttore dotato di fascino e non sprovvisto di convincenti mezzi. Altra calamita verso il tonfo, l’inclinazione ad ammirare il talento e soprattutto lo stile sicuro nonché la bella presenza negli interlocutori, siano essi amici o avversari. A Madrid,anni fa, interrogato dal mitico temutissimo giudice Garzon, il Cavaliere entrato con la faccia cupa ne uscì raggiante: «Ma è un uomo bellissimo! Gli affiderei un talk show» disse ai cronisti sotto lo sguardo perplesso di Dell’Utri.
Forse non bello, ma di quell’efficacia e quel tratto sicuro e ribaldo di leader che, come si suol dire, buca lo schermo, e quindi apprezzatissimo da Berlusconi: Matteo Renzi. E pentito di aver contribuito a bocciare il referendum costituzionale, il Cavaliere strinse un tacito patto con il segretario Pd, basato sulla certezza di raggiungere ciascuno almeno il 20 per cento con questa legge di impianto proporzionale. Quaranta per cento la somma dell’alleanza Forza Italia ben davanti alla Lega di «Salvini Premier». E il gioco era fatto.
Di conseguenza una campagna elettorale contrassegnata da rari abbracci e molti litigi con l’alleato Matteo ruspante e scatenato antiEuropa: con Berlusconi a farsi garante presso il Ppe della Merkel di tenere redini strette al tonitruante alleato-avversario dagli slogan forti «Mai più servi di Bruxelles»; e dedicato a Bossi: «Mai più da Berlusconi con il cappello in mano». Un continuo urtarsi, quello tra i due leader del centrodestra. E quasi ogni giorno, il Cavaliere ineleggibile diffondeva nomi da proporre come premier: Marchionne, Tajani, Draghi,Montezemolo, il generale Gallitelli. E Salvini? «Al massimo potrebbe fare il ministro».
Stava scritto che prima o poi, a seconda dei risultati elettorali, la faccenda sarebbe esplosa o implosa. Troppo diversi i programmi dei due, vincitori ma non a sufficienza per ricevere l’incarico: al centrodestra compatto mancavano una settantina di parlamentari per avere la maggioranza. Ecco che entra in scena Di Maio: grande sintonia con Salvini: in un fiat si spartiscono le nomine istituzionali e poi un aut aut da parte dei grillini: il veto assoluto contro Berlusconi. Il resto è cronaca di questi 80 giorni: resi euforici dal propellente generazionale, dall’idea di passare alla storia come raddrizzatori delle storture nazionali, cofirmatari di un programma strabiliante di promesse, Di Maio e Salvini lanciano la loro sfida totale. Il domani è ignoto e a rischio: 6 voti di scorta al Senato sono pochini. Sicura l’inimicizia granitica e fattiva di Berlusconi, scandalizzato dal tradimento. Ma in politica, diceva Tayllerand, il tradimento è solo questione di tempo. Giusto quando arriva la tentazione conveniente.