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Belgio

L'Isis: "Il killer di Liegi era un nostro soldato"

Benjamin Herman aveva giù ucciso un'altra persona. Olanda, la polizia ha abbattuto un uomo che, con un'ascia in mano, urlava "Allahu Akbar"

di Lucia Sali -

30 maggio 2018, 23:16

L’Isis torna a colpire il Belgio: la mattanza di Liegi è stata compiuta da «un soldato dello Stato islamico», hanno annunciato stasera i seguaci di Abu Bakr al Baghdadi, rivendicando la strage attraverso l’agenzia Amaq. Del resto, tutto sembrava puntare in questa direzione: il killer, il belga Benjamin Herman, sospettato ora di aver ucciso la notte prima anche un amico ex detenuto a colpi di martello, ha commesso la strage al grido di "Allahu Akbar", risparmiando la donna ostaggio perché di fede musulmana.

E la psicosi dei lupi solitari, all’indomani del terrore in Belgio, si è diffusa anche in Olanda, dove  ieri la polizia ha abbattuto un uomo che, con un’ascia in mano, urlava "Allahu Akbar" dal balcone di casa a Schiedam, vicino Rotterdam.

Cresce intanto la rabbia delle famiglie delle vittime, che si chiedono come sia stato possibile che un giovane pluripregiudicato, recidivo sin dall’adolescenza, avesse il permesso di uscire dal carcere senza controlli. La violenza del killer di Liegi era già scattata la notte prima dell’attacco nella Città Ardente: uscito dal carcere di Marche-en-Famenne per un permesso di reinserimento, il 31enne di Rochefort, secondo i sospetti che circolavano già sui media poi confermati dal ministro dell’interno Jan Jambon, avrebbe ucciso Michael Wilmet. Ex tossicodipendente, ex pusher ed ex detenuto, il 30enne del paesino vicino di On era un amico del giro di Herman. Quest’ultimo lo avrebbe finito a colpi di martello sul cranio. Ancora ignoto il movente, anche se un’ipotesi è che sia legato a un furto in una gioielleria avvenuto ugualmente quella notte a Rochefort, e su cui la polizia sta indagando.

Benjamin era noto alle forze dell’ordine sin da quando era minorenne: insieme al fratello Dimitri aveva già compiuto rapine violente all’età di 16 anni. Ha ingranato da allora una litania di entrate e uscite dal carcere tra droga, furti, violenze. Insomma, un profilo simile a molti lupi solitari dell’Isis che hanno sparso sangue in Europa in questi anni. 

Al momento della mattanza a Liegi, anche davanti alla polizia prima di finire crivellato di colpi nello scontro finale, ha urlato a più riprese "Allahu Akbar". Gela il sangue la testimonianza di Darifa, la donna delle pulizie della scuola finita ostaggio del killer nel tentativo di chiudere il portone d’ingresso: "Ti faccio due domande: sei musulmana? Fai il ramadan?", le chiede Benjamin. L’inserviente scolastica risponde di sì. Allora lui decide di risparmiarla: "Non ti farò niente, voglio solo far cuocere un po' quelli là fuori", indicando i poliziotti e invitandola a non piangere per la paura ma "per i fratelli palestinesi e siriani". "Credo che fosse consapevole che fosse finita per lui", ha raccontato Darifa: un finale da martire jihadista, gettando davanti alla polizia la sua carta d’identità per firmare il gesto, poi l’urlo "Allahu Akbar" e la pioggia di colpi sino alla morte.

"La psicologia di questa persona suscita molte domande", ha detto il ministro dell’Interno Jambon, "possono essere dei motivi di radicalizzazione ma forse anche perché non ha più prospettive nella nostra società".