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EDITORIALE

Deporre le animosità per salvare il Paese

di Vittorio Testa -

31 maggio 2018, 16:07

Una crisi istituzionale, politica, morale. Una voragine che sta inghiottendo quel che rimaneva della già scarsa fiducia del cittadino nei confronti degli amministratori della cosa pubblica, dei vertici, dei partiti. La crisi è di sistema, pericolosissima. Corre sull’orlo del baratro. C’è una maggioranza in parlamento, Lega e Movimento 5 stelle, che è bloccata: un’incomprensione e uno scontro con il presidente della Repubblica, l’impuntatura dell’uno e degli altri su un nome di ministro, Savona, l’hanno depotenziata. Ci si accapiglia per stabilire chi abbia ragione e chi torto. Addirittura si è arrivati a chiedere la messa in stato d’accusa di Sergio Mattarella, l’atto più estremo di sfiducia che si possa compiere in parlamento: salvo due giorni dopo fare retromarcia e proporsi come disponibile a collaborare. Ma con motivazione curiosa: non per aver compreso l’insussistenza dell’ipotetico reato da parte del capo dello Stato. Ma perché - spiegava Luigi Di Maio, il leader M5S,l’accusatore - il segretario della Lega, l’alleato non è dello stesso parere: «Senza di lui non abbiamo la maggioranza necessaria a procedere». Segue l’invito a riprovare a far ripartire il governo bocciato: Di Maio, in visita riparatoria al presidente, propone di spostare Savona ad altro incarico e nominare un nuovo ministro all’Economia. Salvini: «Non siamo al mercato, né al calciomercato. Il governo parte se c’è la stessa squadra più la Meloni» dice il leader leghista cooptando la numero uno dei Fratelli d’Italia. Votare di nuovo in fretta: questo preme al rampante leghista cui i sondaggi garantiscono un balzo dal 17 al 24 per cento. Si va verso il 2 giugno, verso una tristissima festa della Repubblica, contrassegnata dalla rabbia e dal rancore, il tricolore usato per protestare, gazebo per raccogliere firme per l’elezione diretta del capo dello Stato. Il quale, silente e accigliato, è alle prese con il dover allestire un governo provvisorio che porti il paese alla nuova conta non prima d’aver però compiuto gli atti necessari a sventare l’aumento dell’Iva e arrivare agli appuntamenti europei con le carte in regola, pena il disastro economico, comunque incombente ogni giorno, miliardi in fumo, orizzonti gravidi di peggioramenti.
Un disastro, un pericoloso stallo, una paralisi di ragionevolezza, di senso civico, morale, etico. Una sospensione, agghiacciante, della capacità raziocinante. Anziché deporre le animosità e le polemiche, le accuse e le controaccuse, si continua come se si fosse ancora, già di nuovo, perennemente, in campagna elettorale. Il presidente, offeso e indignato, ha messo in campo Cottarelli, economista famoso per serietà e correttezza implacabile nel tagliare gli sprechi. Ma comunque sia sarà un rattoppo, sempre che riesca, precario, minoritario, ricattabile: sarà appeso alla «non sfiducia», questo termine coniato dalla vecchia politica nel 1976 che riusciva a far convergere le linee divergenti della Dc e del Pci grazie a un sistema pur difettoso ma basato sulla condivisione di una solida cultura politica. Un sistema che adesso invece sta crollando.
A sera Matteo Salvini sembra alimentare la fiammella d’una residua speranza: «Spostare Savona? Ne parlerò con Di Maio…». E’ l’ultima chance per un soprassalto di ragionevolezza, per evitare quella che potrebbe essere la rovina del Paese, atterrito davanti a una crisi di tali proporzioni da poter essere paragonata all’8 settembre, il giorno della «morte della patria».