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CULTURA

Erri De Luca: «Coltivare significa servire: questo vale sia per la terra sia per gli uomini»

12 giugno 2018, 12:53

Al Festival della Lentezza Erri De Luca presenta un monologo dal titolo «il coltivato e il raccolto», che ha a che fare con il tema centrale di questa edizione della manifestazione: «coltivare». L’appuntamento è per sabato 16 giugno, ore 21.15, negli spazi del terzo cortile della Reggia di Colorno, dove De Luca incontrerà il pubblico.

Nato a Napoli nel 1950, Erri De Luca, il cui nome è la versione italiana di Harry, il nome dello zio, ha scritto narrativa, teatro, traduzioni, poesia. A 18 anni è stato impegnato nella sinistra extraparlamentare. Negli anni ‘80 è stato in Tanzania come volontario in un programma riguardante il servizio idrico di alcuni villaggi. Negli anni ’90, durante la guerra nei territori dell’ex Jugoslavia, è stato autista di camion di convogli umanitari. Erri De Luca conosce diverse lingue: swahili, russo, yiddish e ebraico antico. Il suo lavoro è stato tradotto (e pubblicato) in oltre 30 lingue. Al 1989 risale il suo primo romanzo pubblicato in Italia, dal titolo “Non ora, non qui”. Tante le scritture per il cinema e per il teatro.

Perché è necessario coltivare?

La nostra specie si è piantata nel mondo coltivando. È l’atto che interviene sulla superficie del suolo e non si contenta più del frutto spontaneo che la terra produce. Ne vuole estrarre maggior prodotto, procurarsi scorte. La divinità assegna due provvidenziali verbi all’Adàm, prototipo dell’uomo, per il suo rapporto con la terra: servirla e conservarla. Servirla, non asservirla. Questo è coltivare.

Cosa significa per lei la parola lentezza, il valore da dare al tempo?

La lentezza è una variabile del tempo. La distanza di sei chilometri, coperta in un’ora da un buon passo non è lenta, è giusta. Oggi una lentezza di apprendimento è considerata un ritardo e la contemplazione un disturbo del comportamento. “Il tempo è denaro” scrisse in un saggio l’inglese Francis Bacon, nel 1597, inaugurando l’identità a scopi commerciali. Ma il tempo non si calcola in spiccioli e spesso rimborsa largamente chi lo sta perdendo.

Come coltivare le relazioni umane in un mondo che ha diffidenza nei confronti dell’altro?

Me ne intendo poco. Le amicizie sono rare, le relazioni sono occasioni di scambio, comunque per me non rientrano nel verbo coltivare, ma nel generoso verbo succedere.

Lei ha portato avanti tante battaglie sociali. Per cosa le persone dovrebbero battersi adesso?

Non consiglio battaglie. Mi è capitato di prendere impegni pubblici e civili che mi coinvolgevano e mi agitavano, ma non partivano da me. Aderivo e aderisco a ragioni di comunità in lotta. Non mancano buoni motivi oggi. Credo che le persone debbano avere a cuore il loro ambiente e proteggerlo da prepotenze pubbliche e private. Voler bene al proprio paese: non sento nessun politico dichiarare questo sentimento. Non lo provano.

Qual è la sua visione dell’Europa?

La Unione Europea è indispensabile, un traguardo che ha permesso il più lungo periodo di pace e prosperità della sua storia. La sua formula attuale è per me insufficiente. Credo che un gruppo ristretto di nazioni fondatrici debbano procedere a una più stretta condivisione di competenze, a una più condivisa unità.

Ci dà un’anticipazione sui contenuti del monologo “Il coltivato e il raccolto” che terrà al Festival della Lentezza?

Vorrei ma non ci ho ancora pensato. Faccio così: propongo un argomento che dovrò largamente sviluppare sul momento con l’aiuto di racconti e digressioni.
r.cu.

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