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EDITORIALE

Ma il taser agli agenti non risolve i veri problemi

di Luca Pelagatti -

14 giugno 2018, 17:59

Per ora sono solo trenta, sparsi in sei città, da Reggio a Catania. Sono i taser, ovvero le pistole elettriche, che dopo anni di chiacchiere a vuoto (il primo via libera delle commissioni Giustizia e Affari costituzionali della Camera risale al 2014) sono stati finalmente distribuiti alle forze dell'ordine per la fase sperimentale. Dopo il periodo di test dovrebbero entrare nella dotazione ordinaria degli uomini in divisa con lo scopo di aumentare la sicurezza degli operatori e ridurre il numero delle vittime negli interventi di ordine pubblico. E il pensiero corre a Jefferson Tomalà, il ventenne ecuadoregno ucciso pochi giorni fa a Genova da un agente dopo che il ragazzo aveva ferito un altro poliziotto con un coltello durante un Tso.
«Se avessero avuto il taser il giovane non sarebbe morto», hanno subito commentato in tanti e lo stesso capo della polizia, Gabrielli, ha diffuso la notizia della sperimentazione che, in realtà, era già iniziata, senza troppo clamore, nello scorso mese di marzo. Insomma, tutto bene se non fosse che queste pistole a scossa, utilizzate in più di cento paesi, dagli Stati Uniti, dove sono state inventate, a San Marino, non convincono tutti. Anzi: l'Onu ne ha paragonato l'uso alla tortura, Amnesty International ne ha chiesto il ritiro e negli Usa si calcola che i decessi dovuti all'uso del taser siano stati quasi 500 in un decennio. Un dato che rende paradossale la definizione di “arma non letale” con cui viene pubblicizzata.

Ad onor del vero i casi di morte sarebbero, per la gran parte, dovuti a patologie cardiache pregresse della persona colpita: che con la scossa vede il cuore spegnersi di colpo. «Il taser non ha mai ucciso», sostengono invece dall'azienda produttrice ma gli stessi istruttori che stanno formando i poliziotti nel nostro paese al termine del corso aggiungono, informalmente, un'avvertenza: «Usatelo solo in casi estremi: se colpite una persona con alcune patologie o un pacemaker lo ammazzate». Insomma, se qualcuno sperava che il taser potesse essere la bacchetta magica per risolvere, di colpo, i problemi della pubblica sicurezza sempre più difficile da gestire, rimarrà deluso. Ma è anche vero che le forze dell'ordine sono chiamate, ogni giorno di più, ad interventi complessi e spesso assai pericolosi, per i quali il dialogo e la pazienza certo non bastano. E che l'arma da fuoco resta una extrema ratio che, di fatto, distrugge non solo chi viene colpito. Ma anche chi preme il grilletto. Ben venga allora la prova di questa pistola che non spara un proiettile ma due aghi che si piantano nella pelle e che scaricano nel corpo elettricità ad alta tensione: chi è colpito sente i muscoli contrarsi e prova un forte dolore. Ma soprattutto non riesce più a muoversi.

Tra qualche mese, se chi l'ha testato ne confermerà l'efficacia, si passerà a dotare di taser tutti gli agenti che, attraverso le proprie rappresentanze, da tempo, ne chiedevano, a gran voce, l'utilizzo. Resta però sospeso il giudizio di un poliziotto di lungo corso che commentando la notizia ha aggiunto con amarezza: «Va benissimo, è uno strumento in più. Ma occorrerebbe agire, soprattutto, per ridare dignità e autorevolezza alle divise in modo che chi le indossi possa farsi valere anche solo con la propria presenza. E non usando la forza». Vero: ma questo è un obiettivo molto più ambizioso e difficile da raggiungere. E per il quale, per il momento, non c'è sperimentazione che tenga.