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EDITORIALE

La magia di una vita (vera) al tempo dei social

di Michele Brambilla -

17 giugno 2018, 15:10

La magia di una vita (vera) al tempo dei social

Ieri, da mezzogiorno all'una e un quarto, piazza Garibaldi non era la location ideale per il raccoglimento, la riflessione, le confidenze, l'attenzione, la concentrazione. Gente che andava e gente che veniva, in una bellissima giornata di sole e di voglia di distrarsi; e poi il solito traffico. Eppure, accanto alle auto e ai pullman che passavano, e sotto una tensostruttura, duecento persone sono rimaste via via sempre più catturate, rapite dalle parole di un signore di quasi ottant'anni che stava raccontando loro la sua vita.
Quel signore era Pupi Avati, una quarantina di film di straordinaria sensibilità, delicatezza, capacità di andare nel profondo pur sapendo restare, quando occorre, leggeri. Il titolo dell'incontro era «Il film della mia vita» e questo Avati ha raccontato: la sua vita. L'infanzia segnata, a dodici anni, dalla morte del babbo in un incidente stradale, la giovinezza un po' complessata di chi si sentiva poco attraente, il desiderio (fallito) di diventare un grande jazzista: e poi la conquista della ragazza più bella di Bologna, che sarebbe diventata sua moglie, il posto fisso lasciato per inseguire il sogno di diventare regista, il discorso di ringraziamento per l'Oscar scritto inutilmente, i figli, i nipoti e infine la vecchiaia, con il suo desiderio di un “ritorno”. Insomma, la vita. E, non so come dire, sentirla raccontare così, e vedere tanta gente commossa, fa pensare che i social non ci hanno ancora devastato del tutto.