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EDITORIALE

Conti pubblici: governo affetto da «annuncite»

di Aldo Tagliaferro -

30 giugno 2018, 18:56

Conti pubblici: governo affetto da «annuncite»

Termina oggi il primo mese di vita dell'inedito governo giallo-verde. Troppo presto per azzardare qualsiasi genere di bilancio su cosa sia stato fatto sotto il profilo economico, però emerge una tendenza preoccupante: la distanza abissale tra la frequenza degli annunci e la realtà delle cose. Di Maio e Salvini sembrano colpiti (e non solo sulle questioni economiche) da quella stessa «annuncite» che prima illuse il Renzi degli 80 euro e poi costò carissima all'ex presidente del Consiglio.
L'impressione è che in questa fastidiosa coda di campagna elettorale si continui a parlare alla «pancia» dell'elettorato, lucidando i gioielli di casa come flat tax, reddito di cittadinanza e cancellazione della legge Fornero senza però avere ben chiare le coperture; oppure si rispolvera un condono che sa tanto di Prima repubblica come la rottamazione delle cartelle sotto i centomila euro. O, ancora, si cavalca la crociata contro pensioni d'oro e vitalizi: per carità, battaglie condivisibili così come l'idea di semplificare la giungla fiscale fatta di spesometri, redditometri e studi di settore, però non sono scelte che incidono sullo sviluppo industriale del Paese. Si mette in forse con molta disinvoltura la Tav Torino-Lione ma non pare di cogliere l'attenzione necessaria sugli investimenti per la competitività delle imprese e la riduzione del costo del lavoro.
E sì che gli avvertimenti non mancherebbero se il Governo del cambiamento volesse davvero ascoltare il Paese: la Corte dei Conti ha picchiato duro sui tagli alla spesa e sul debito pubblico (non aumentare l’Iva per finanziare tutto a deficit non ci pare una via percorribile); la Bce è decisamente allarmata dallo stop alla riforma previdenziale targata Fornero; Confindustria, dati alla mano, denuncia il rallentamento dell'economia, la necessità di manovre pesanti per il 2018 e il 2019.
Non basta: oltre a mancare in progettualità di medio termine, il governo si sta pure scontrando con la madre di tutti i problemi, ovvero la necessità di far quadrare i conti, tanto che il «decreto dignità» è ancora al palo perché - nonostante Salvini ostenti tranquillità - alla Ragioneria Generale dello Stato mancherebbero 3,5 miliardi. In altri casi - ad esempio la stretta contro chi delocalizza - si sono fatti i conti senza l'oste, nel senso che non è per nulla chiaro se la revoca degli incentivi sia applicabile anche alle operazioni interne all'Unione Europea.
Non stupisce allora se il ministro dell'Economia Giovanni Tria - che è poi quello che tiene i cordoni della Borsa - rivolgendosi all'Europa la scorsa settimana abbia utilizzato sui conti pubblici gli stessi toni rassicuranti del predecessore Pier Carlo Padoan (del resto la squadra di tecnici del Tesoro è ancora la stessa...). Insomma, il cambiamento sembra fermo lì: tra il dire e il fare.