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Coltaro

17enne annega per salvare l'amico. Continuano le ricerche dei corpi Video

02 luglio 2018, 07:03

17enne annega per salvare l'amico. Continuano le ricerche dei corpi Video

ROBERTO LONGONI

SISSA Era a riva, ormai. Era salvo. Ma quando si è voltato ha visto alle proprie spalle Mor Talla ancora prigioniero della corrente. Zakaria non ci ha pensato due volte: è tornato dove con tutte le proprie forze aveva lottato per venire via. Voleva salvare l'amico, ma dopo pochi secondi il Po ha preso anche lui. Erano cresciuti insieme, Zakaria Sabbar, studente di origini marocchine dell'Itis di San Secondo, e Mor Talla Seck, studente di origini senegalesi di Formafuturo Fidenza e calciatore del Fontecalcio, insieme sono morti, annegati sotto gli occhi degli amici impotenti e terrorizzati. A tarda sera, i loro corpi ancora non erano stati ripescati dal fondo del Grande fiume. La tragedia si è consumata a Coltaro, ma ferisce al cuore soprattutto Soragna, dove i due sono cresciuti. Avevano 17 anni.

Erano da poco trascorse le 16,30 di ieri. Sullo spiaggione, gli otto ragazzi e le due ragazze, tutti coetanei, amici da una vita, erano arrivati nella tarda mattinata. Avevano deciso di trascorrere una domenica diversa. I soldi della piscina sarebbero serviti per comprare carne e bevande per un picnic sulla sponda del Po. L'idea era venuta la sera prima, ricorda uno di loro, maledicendo il fatto che nessuno si sia ricordato di portare un pallone. «L'avessimo avuto, magari nemmeno saremmo entrati in acqua, magari saremmo ancora lì, tutti insieme a giocare» dice con un filo di voce, fissando la sabbia che lo divide dal fiume. Tra gli zaini accanto ai quali è seduto, ce ne sono due che finiranno sulle spalle di chi non li ha portati fin lì. Saranno troppo pesanti.

A questa riva sperduta di Po si arriva imboccando uno sterrato dalla centrale via Roma di Coltaro. Poi, c'è da seguire un paio di chilometri di sterrato, cercando di non perdersi nel dedalo di tracce fitte e polverose tra i pioppeti. A portare il gruppetto fino allo spiaggione, due adulti in auto. Uno, arrivato verso le 18,30, per recuperare il figlio e gli amici come stabilito, si è accorto per conto proprio della tragedia. «Ho visto l'ambulanza e mi si è aperto un vuoto nel petto». Quell'uomo con gli occhi rossi di pianto l'aveva detto ai ragazzi che il Grande fiume non è il mare né tanto meno la piscina. «Era la prima volta che venivano qui e avevo paura: non so quante volte mi sono raccomandato». In mattinata, stava tornando sullo stretto sterrato poco dopo aver scaricato il figlio e i suoi amici, quando ha incontrato la seconda auto. «Ho fatto abbassare il finestrino, per dire ancora una volta di stare attenti». Il suo era un terribile presentimento, e ora nemmeno lui riesce a darsi pace.

E' nel giro di pochi minuti o forse anche in minor tempo che la domenica di festa ha cominciato a precipitare verso la tragedia. I ragazzi erano in acqua da un quarto d'ora, in attesa che la carne cuocesse sulle griglie. Zakaria, era stato tra gli ultimi a entrare nel Po. Fino a poco prima era stato tra i due o tre che cucinavano per gli altri. «Anche in questo generoso come sempre» ricordano gli amici. All'improvviso, il gruppetto ha smesso di avere un fondo sicuro sotto i piedi. E' una caratteristica del Po, la più pericolosa: ci sono buche nei posti più imprevisti, che si aprono all'improvviso. Bastano pochi passi perché l'acqua salga dai sessanta centimetri ai due metri. E' un attimo perché chi non sa nuotare (e quindi è anche più portato a perdere il controllo dei nervi in queste condizioni) si ritrovi in serie difficoltà.

Presto, un po' tutti i ragazzi soragnesi si sono sentiti in pericolo. «La corrente ci portava giù, a valle - raccontano -. E non c'era verso di tornare a riva». Tra loro e lo spiaggione, ci sarà stata sì e no una ventina di metri d'acqua. Ma torbida e profonda, dalla forza impetuosa (si parla di una corrente di tre nodi, pari a nove chilometri all'ora: non ci si nuota contro). Presto, la cosa più importante è diventata respirare. I ragazzi lo hanno fatto nuotando o cercando di saltellare, nonostante si sprofondasse sul fondo melmoso.

Poi, qualcuno ha trovato un appoggio un po' più sicuro e ha indicato la via. Gli altri, a stento, esausti, lo hanno seguito. Tutti, tranne Mor Talla. E Zakaria, vittima del proprio coraggio e della propria generosità. Insieme hanno lottato ancora pochi secondi contro il Po, prima di sparire. Inutili i tentativi di soccorrerli da parte di un pescatore con una barca. Ed è a un pescatore con la barca a poche centinaia di metri a monte che i primi carabinieri, giunti da San Secondo, hanno dovuto chiedere di essere accompagnati per trovare il posto. Con loro, poi sono intervenuti i militari delle stazioni di Sissa-Trecasali e Roccabianca, coordinati dalla Compagnia di Fidenza. Intanto, da Bologna si è levato in volo l'elicottero dei vigili del fuoco, mentre da via Chiavari sono partiti sei pompieri con due gommoni. A loro si sono poi aggiunti altri quattro colleghi del Nucleo sommozzatori di Bologna. Anche il 118 ha inviato l'ambulanza, nella speranza che potesse servire. Il Grande fiume ha cominciato a essere setacciato in cerchi sempre più ampi. Le ricerche sono continuate anche durante la notte. Intanto, verso il tramonto, sono arrivati i parenti delle vittime. Il silenzio sulla riva, oltre che dal suono del vento tra i pioppi è stato rotto dal loro pianto. Sul Po muto, la linea della corrente sembrava disegnare un ghigno di minaccia.

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