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EDITORIALE

Immigrazione: l'Italia è rimasta isolata

di Domenico Cacopardo -

05 luglio 2018, 16:52

Immigrazione: l'Italia è rimasta isolata

Il detonatore della mina «immigrazione» è stato innescato dall’Italia nel Consiglio d’Europa di fine giugno. Gli altri problemi sono passati sotto silenzio.
La deflagrazione è stata così violenta da estendere i suoi effetti sulla cancelliera Angela Merkel, mai come ora in bilico, per le contrapposte posizioni della Csu bavarese e della Spd (socialdemocratici).
Le forze centrifughe e sovraniste si fanno, quindi, sentire mettendo l’Unione di fronte a un bivio ineludibile: proseguire la politica comunitaria, quella che ci ha donato 73 anni di pace, di prosperità, di sviluppo, o, viceversa, aprirsi alla dissoluzione e agli accordi minori, quelli che raggrupperebbero paesi omogenei ma non tutte le nazioni, a partire dall’Italia, anello debole europeo.
Le crisi sono momenti fisiologici nella vita delle imprese, delle istituzioni, degli stati. Ne è esce meglio e più facilmente chi è forte, non chi è debole e gravato, come noi, dal peso di un pesante debito.
Dobbiamo, peraltro, riflettere su cosa significhi oggi, luglio 2018, immigrazione. Come emerge dalle statistiche l’afflusso di profughi e migranti economici è crollato. E non da ora. Le politiche del precedente governo (ministro Minniti) – lavorando sulla sponda Sud del Mediterraneo – hanno determinato una riduzione piramidale degli arrivi. Talché oggi il problema non è più il flusso, ma lo stock  di immigrati e di richiedenti asilo presente nei paesi dell’Unione. Per essi gli accordi di Dublino, inopinatamente sottoscritti dai governi Berlusconi, Monti e Letta, dispongono che siano instradati del paese di primo arrivo. Oggi, nella Repubblica Federale Tedesca, sono in 60.000 quelli che dovrebbero essere «restituiti» all’Italia.
Questa semplice constatazione fa emergere il divorzio consumatosi tra dati di fatto (un divorzio che riguarda anche il cosiddetto decreto «dignità») e le parole della politica. Certo, le drammatizzazioni incontrano l’emotività generale e suscitano un immediato ed effimero consenso. Ma, alla lunga, non si può vivere di parole a effetto. Ci vogliono i numeri, i fatti, le constatazioni.
Su questo terreno, la politica è molto manchevole: oggi la propaganda viene chiamata narrazione e introietta le vecchio teorie di Joseph Goebbles, per le quali una bugia detta una volta è una bugia; una bugia ripetuta 1000 volte diventa una verità. Del che, chiunque frequenti un social può rendersi conto. In sostanza, anche se abbiamo fatto brillare la mina, siamo rimasti isolati. Gli alleati che ci siamo scelti (Austria, Ungheria, Slovacchia, Polonia, Cekia) propugnano azioni che ci danneggeranno ulteriormente.
Dobbiamo quindi riflettere e, sulla base dei dati di fatto, correggere le nostre posizioni.
La durezza, anche soltanto verbale, non rende.
www.cacopardo.it