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EDITORIALE

Ceta, quando il meglio è nemico del bene

di Paolo Ferrandi -

15 luglio 2018, 17:59

Ceta, quando il meglio è nemico del bene

Il trattato di libero scambio tra la Ue e il Canada (Comprehensive Economic and Trade Agreement, cioè Ceta) non è forse un argomento di conversazione vincente, ma vale la pena di parlarne. Venerdì, infatti, il vicepremier Luigi Di Maio ha escluso che il governo lo ratificherà. La contrarietà del governo al Ceta era già stata espressa, in termini meno assertivi, dal ministro dell’Agricoltura Gian Marco Centinaio che ne aveva chiesto «modifiche sostanziali».

Il trattato è entrato in vigore, in via provvisoria, alla fine di settembre 2017 e da allora l’export italiano è cresciuto di quasi il 13%. Un risultato positivo. Solo che il Ceta non è perfetto. Per esempio tutela – ed è il primo accordo a farlo – solo 41 Dop e Igp italiane su 400. Che detto così sembra una cosa inaccettabile, ma è anche vero che queste 41 eccellenze – tra cui ci sono il parmigiano, il prosciutto di Parma e il culatello di Zibello – costituiscono il 90% del nostro fatturato. Non tutto, poi, sta filando liscio con le quote per nostri formaggi. Ma si tratta di un problema che non tocca l’architettura generale del trattato. Insomma dire no al Ceta è un classico caso di “meglio nemico del bene”, per usare una citazione di Voltaire, che l’attribuisce a un saggio italiano. E in effetti era il proverbio preferito da mia nonna che, con la sua licenza elementare, non era certo un membro della casta mondialista.

pferrandi@gazzettadiparma.net